18.05.2026
Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
18.05.2026
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Questa sarà una recensione al contrario, nel senso che non sarà una recensione positiva ma negativa, e questo perché il romanzo dell’autrice in esergo non mi ha impressionato da nessun punto di vista (trama, personaggi, caratterizzazione, prosa, scelta stilistica, descrizioni, ambientazioni, periodi temporali, successioni di scene, dialoghi) annoiandomi fino allo sfinimento.
È bene premettere che Dio di illusioni fu pubblicato negli anni Novanta, e cioè tra il 1992 e il 1995, e divenne – come gran parte dei libri – un caso editoriale considerato come romanzo “di formazione”.
Apro e chiudo parentesi: questo testo non forma proprio nulla, è già tanto se riesco a formare una recensione decente che abbia un po’ di senso logico (che manca del tutto al romanzo). Se proprio vogliamo parlare di forma ci si deve riferire esclusivamente in relazione al volume del libro composto di ben 622 pagine (che potevano essere spremute in meno della metà) non certo alla trama; ma questa è, come sempre, l’opinione di chi scrive dato che la gran parte delle persone che lo ha letto lo ha definito (e lo definisce) un capolavoro. Ad affermarlo non è solo il lettore comune – di cui è possibile visionare il commento nei vari forum delle community dei libri – ma, a quanto pare, vi è unanimità anche da parte della critica.
Ok, non ci ho capito niente io e faccio mea culpa, per questo ho aperto e chiuso parentesi (veloce), quindi proseguiamo.
Dio di illusioni è tornato sotto i riflettori grazie al fenomeno BookTok conquistando il pubblico dei giovani e degli adolescenti (la cosidetta Gen Z) e per l’immaginario della “dark arcademia”. Cosa sia questa “dark academia” non è che l’abbia proprio capita, presumo riguardi l’ambientazione del romanzo visto che siamo nel Vermont dove un gruppo di ragazzi frequenta un college esclusivo, accessibile solo ad una determinata fascia di persone che appartiene ad una determinata classe sociale, ovvero l’alta borghesia.
Non basta, perché se “academia” rimanda in un certo senso al ceto abbiente c’è da chiedersi il perché di quel “dark” messo all’inizio del lemma. Perché è una storia cupa, ecco perché. O meglio, vuol essere una storia gotica, intrisa di mistero ed horror (con una pennellata di sfumature psicologiche), ma l’orrore da cui sei assalito è l’unico aggettivo possibile con cui desideri definire il romanzo.
Partiamo col dire che non c’è nessun mistero perché tutto viene già rivelato nel prologo: vittima, assassino, luogo e movente. Ergo: non è solo questa recensione che parte al contrario ma è il romanzo de quo che parte al contrario, ragion per cui il soggetto che recensisce non può far altro che uniformarsi alla struttura narrativa del testo.
I protagonisti dovrebbero essere cinque: Henry (il “capobanda”), Francis (ragazzo con tendenze omosessuali), i gemelli Charles e Camilla (che, sembra di capire, hanno rapporti incestuosi) e Bunny (di classe agiata come i suoi compagni ma il più sfigato perché sempre in cerca di attenzioni e di denaro, i suoi genitori sono molto parsimoniosi pertanto è costretto ad approfittare della benevolenza e del portafoglio dei suoi amici per vivere nel lusso come piace a lui, ma, diciamo francamente le cose come stanno, come piace un po’ a tutti).
Diventano sei protagonisti se al gruppo appena citato aggiungiamo Richard che è la voce narrante. Ma potrebbero diventare anche sette se insieme ad essi inseriamo anche Julian Morrow, il professore di letteratura classica e greco antico dei ragazzi, l’artefice di quanto accade (pardon, accaduto).
Seguono altri personaggi secondari che l’autrice descrive e sviluppa come fossero, anch’essi, personaggi principali del romanzo (ma che, personalmente, trovo che rechino solo tedio alla storia tirandola per le lunghe).
Richard è l’unico del gruppo che non ha nulla a che spartire con Henry, Francis, Charles, Camilla e Bunny. I suoi genitori sono gente comune, è un ragazzo che lavora per pagarsi gli studi ed è l’unico ad avere “la testa a posto”. Di contro, i suoi amici sono persone viziate, aduse a vivere negli agi, fumare, bere, fare uso di droghe, correre in macchina e ad avere rapporti sessuali con chiunque. Tuttavia Richard, appena mette piede all’Hampden College viene subito attratto dal fascino di questi ragazzi. All’inizio non ha ben chiaro chi siano e cosa fanno, per Richard rappresentano solo una via di fuga dalla sua noiosa vita di provincia a Plano, in California. Non li conosce a fondo come gli altri studenti del college con cui ha modo di interfacciarsi, uscire la sera, mangiare, studiare, frequentare i corsi, in quanto “i ragazzi del professor Julian” conducono una vita a parte poiché isolati dal resto degli altri studenti.
Henry, Francis, Charles, Camilla e Bunny vivono e studiano in un’ala dell’istituto completamente distaccata dal college seppur inserita nella struttura, quasi una sorta di dépendance. Infine, pochi sono gli studenti ammessi al corso del professor Morrow il quale si occupa personalmente della selezione dei suoi studenti (scegliendo solo quelli che, secondo lui, sono menti “eccelse”), declinando gli obblighi e le regole imposte dall’Hampden College e senza il coinvolgimento e il parere del corpo docente attirandosi le loro antipatie.
Stante i modi freddi e inavvicinabili dei ragazzi, dovuti in parte alla loro posizione sociale e in parte nel sentirsi superiori intellettualmente al resto degli studenti, complice anche l’attitudine del loro professore nella scelta dei frequentanti il suo corso di studi, Richard escogita un piano per farsi notare ed entrare nelle loro grazie e in quelle di Julian Morrow.
Ebbene, qui dovrebbe avere inizio la storia che ha fatto appassionare e continua a fare appassionare milioni di lettori.
Fatto sta che questo “capolavoro” di romanzo non parte, è simile ad un’auto rimasta impantanata nel fango che non ne vuol sapere di tirarsi fuori dalla melma continuando ad avvitarsi su sé stesso come ruote, appunto, di una macchina che girano a vuoto sollevando solo spruzzi di fanghiglia¹ .
I personaggi sono delineati superficialmente, la Tartt non ne dà una caratterizzazione psicologica precisa, netta, che possa distinguerli gli uni dagli altri. Questi ragazzi sono tutti uguali: vuoti, assenti, dediti ai vizi e ai giochi più biechi. Non si fanno nessuno scrupolo quando uccidono un uomo, non hanno rimorsi, rimpianti, sensi di colpa. Anche il loro rapporto non è un legame solido sorretto da stima, fiducia, impegno, si regge sulla sudditanza di Charles, Camilla, Bunny e Francis ad Henry che li manovra come burattini. Ciò che li unisce è solo la passione per lo studio e per i classici (Dante, Omero, Platone) e il loro status sociale.
L’impressione che ne ho ricavata è stata quella di un gruppo di ragazzi che stanno insieme solo per essersi macchiati della colpa di aver ucciso una notte un contadino, pertanto di essere gli unici custodi di questo terribile segreto (il titolo originale del libro è infatti The secret history).
Tutto accadde durante un semestre autunnale trascorso in una tenuta di campagna di proprietà di Francis, uno dei tanti interludi accademici del gruppo tra un fine settimana e un altro che sono soliti riempire bivaccando tra cene, feste e uscite varie. Questo almeno è l’uso e il costume degli studenti dell’Hampden College, perché le “abitudini” dei cinque protagonisti del romanzo hanno del paranormale.
Loro non sono come gli altri studenti, dalla prima pagina la Tartt lo fa capire chiaramente (l’unica cosa chiara del testo). Sotto la spinta degli insegnamenti di Julian, appassionato cultore di Dioniso e alla costante ricerca della bellezza nonché alla contemplazione del divino, Charles, Camilla, Henry e Francis si fanno prendere la mano e, causa l’effetto di sostanze stupefacenti mischiate all’alcool, una sera compiono un baccanale a cui segue un omicidio nei pressi del luogo in cui i quattro consumano il rito.
In realtà il lettore non assisterà mai alla vicenda che ha al centro l’assassinio di un innocente, ne verrà a conoscenza solo per bocca di Henry che racconta l’accaduto a Richard. L’ innesco è offerto da Bunny (l’unico escluso quella notte “dal rito” perché ritenuto troppo chiacchierone dai compagni) che instilla in Richard il dubbio che i loro amici si siano spinti un po’ troppo in là con le loro bravate. A questo punto quando Richard domanda ad Henry cosa ci sia sotto, Henry non ha dubbi che il prossimo passo da compiere è quello di togliere di mezzo Bunny, diventato troppo pericoloso per la pessima abitudine di non riuscire a stare zitto, soprattutto quando è ubriaco (cosa che avviene spesso), ed è quello che si appresta a fare col gruppo assieme alla complicità di Richard che si ritroverà, suo malgrado, ad essere correo del suo primo omicidio.
Alla fine, dopo pagine e pagine e pagine e pagine di nulla cosmico (meglio la lettura de I Promessi Sposi del Manzoni che è più appassionante, alla faccia del Ministro Valditara, della Commissione Ministeriale, del professor Claudio Giunta o di chi per lui o di chi ne fa le veci e voci, che lo vuole procrastinare al quarto anno di liceo invece di farlo stare bene dove sta al secondo anno) verrà fuori che l’unico ad aver capito chi siano i veri responsabili dell’incidente/delitto occorso a Bunny (nonché dell’altra vittima innocente) sarà proprio Julian Morrow che, deluso dal comportamento dei suoi ragazzi (chissà, pensava veramente che questo gruppo di svitati viziati fossero dei geni?), li abbandonerà di punto in bianco per trasferirsi altrove ad insegnare.
E non finisce mica qui (già, perché cinquecento pagine erano ancora troppo poche per l’autrice).
Henry, a sua volta deluso dalla decisione del suo professore di volerli lasciare al loro destino ricusandoli, finisce con l’impazzire sul serio scrivendo il finale drammatico della storia con un coup de théâtre che ha la pretesa di essere l’effetto sorpresa oltre che l’ “effetto wow” del romanzo(chi avrà desiderio di leggerlo e chi, al termine della lettura, la penserà come me l’unico wow che pronuncerà sarà quello del “Wow, finalmente l’ho finito… non ci speravo proprio!”).
Cosa succede e qual è questo finale non ve lo dico, consegno a voi il malloppone di seicento e passa pagine da leggere e il compito di scoprirlo da soli. Quello che mi sento di dire l’ho detto ed è meglio piantarla qui (una parola è troppa e due sono poche), aggiungo solo qualche considerazione qua e là anzi, più che considerazione, alcune domande.
La prima.
Perché l’ho letto se non mi piaceva? Questa, per esempio, è una bella domanda. E io vi rispondo così: le recensioni erano positive (mai affidarsi alle recensioni! Sono opinioni soggettive che discendono dal gusto personale, e siccome i gusti variano da persona a persona la cosa può piacere come può non piacere. PS: diffidate pure delle mie, magari il romanzo vi piace).
La seconda.
Come sono venuta a conoscenza di questo libro? Me so fatta ‘n giro su BookTok? Certo che no, ho fatto un test. Sapete quei test cretini che pretendono di sapere e conoscere tutto della vostra personalità e che si scovano su internet (in questo caso inserito all’interno di un sito di libri e letture)? Dunque ho fatto il test, ed è venuto fuori che questo era il libro per me (se fosse veramente così devo cominciare sul serio a preoccuparmi).
Sciocchezze a parte, presumo che l’algoritmo del test si sia basato sulla passione che ho per i classici, per la filosofia, per la psicologia, per la letteratura (non è una coincidenza che, una quindicina di anni fa forse anche più, mi iscrissi alla facoltà di Lettere Moderne) e per il noir e che, dall’insieme di questi elementi, è saltato fuori che questo romanzo fosse il genere di mio gradimento. Non che abbia sbagliato del tutto, solo che di filosofia, di letteratura, di lettere – classiche o moderne – o di psicologia questo libro non ha proprio nulla, se non dei piccoli accenni e qualche motto di Platone e di Omero sparso qua e là.
Non c’è un approfondimento di quelli che sono i temi essenziali del romanzo (il culto di Dioniso, tanto per citarne uno, che poi è anche il Dio a cui si riferisce il titolo e la ragione per cui questi ragazzi sono così strampalati e si comportano come tali) o qualcosa che faccia capire da dove nasce questo disagio giovanile, quali sono le cause che spingono questi ragazzi a vivere in maniera così eccessiva senza rendersi conto delle conseguenze e delle responsabilità delle loro azioni (le scene sono sempre le stesse, ripetitive, monotone, pesanti, lente: loro che bevono, dormono, sono sotto stupefacenti o sono ad una festa; nei dialoghi non c’è niente che abbia sostanza o che sia utile a svelare il filo conduttore della storia, che faccia immaginare cosa possa succedere nei capitoli successivi o indurre a proseguire e stimolare la curiosità. I personaggi, nonché i dialoghi, sono fermi allo stesso punto, non aggiungono o sottraggono nulla alla vicenda risultando tutto molto confuso, paludoso, statico, inerte).
È una storia che non dice nulla, non insegna nulla, non fa vedere o scorgere nulla, non “forma” nulla e nessuno; nulla si distingue, neanche i luoghi, né la vita passata di chi abita questo mondo. Anche il tempo sembra non passare mai perché ogni giorno, ogni minuto è uguale all’altro. Persino i personaggi complementari sono “il doppio” dei personaggi principali. Tutti uguali.
Questo romanzo è un labirinto di specchi dove si sa da dove e quando si entra, e non si riesce a scorgere la fine (uscita).
Anche la traduzione dall’inglese all’italiano non è delle migliori, un appunto che mi sento di fare perché in tanti hanno giudicato la scrittura di Dio di illusioni come una prosa raffinata, magnetica, avvincente, fluida, di grande spessore e dotata di gran ritmo, “un libro da cui è impossibile staccarsi” (ma che romanzo hanno letto? Che esista un omonimo? Forse c’è bisogno davvero de drogasse² per capire questo testo come fanno di continuo i suoi protagonisti, così… tanto per entrare in empatia…).
È forse uno dei libri più angoscianti che abbia avuto tra le mani per il senso di claustrofobia che mi ha trasmesso. Sia chiaro: anche L’uomo del labirinto di Donato Carrisi è claustrofobico, ma c’è suspense, ritmo, azione, tensione, mistero, curiosità, al contrario di Dio di illusioni dove si resta imprigionati nella tela del ragno e l’unico stato d’animo che si prova è depressione, vacuità, cattività, passività, perdita totale di vitalità e voglia di vita (Ade vienimi a prendere, stuprami! Saltami addosso! Faiqualcosatiprego!, n.d.a).
Terza ed ultima domanda.
Perché hai proseguito la lettura se già le prime sessanta pagine si sono rivelate un flop?
Perché mi dispiace lasciare un libro a metà e perché volevo dargli una seconda possibilità, magari davvero accadeva qualcosa nelle pagine successive come tanto si declamava nei forum e nelle community (no non accade nulla fidatevi, perché è già tutto accaduto. Beh, allora quando l’ "Opera" è così sublime – viste le recensioni e i commenti positivi di questo favoloso volume – non perdete le speranze: tutti voi avete la possibilità di diventare dei Grandi Scrittori, basta scrivere una cag*** qualsiasi e avrete comunque il vostro pubblico di adulatori³).
Che dite, la finiamo? Vi ho ammorbato abbastanza?
18.05.2026
¹ L'espressione (impropria) “spruzzi di fanghiglia” indica gli accenni contenuti nel romanzo.
² Trad.: di drogarsi.
³ Tony Pitony docet e compagnia bella di “artisti” non di strada, ma pescati per strada perché scappati di casa.
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La copertina dell'albo a cura di Flavio Bozzoli (fonte: sito ufficiale di Diabolik)
Avere un amico o un alleato è indispensabile si sa, ma è bene non approfittare altrimenti le conseguenze potrebbero rivelarsi disastrose. Sarà capitato certamente a tutti e, in più occasioni, è capitato anche a Diabolik.
Le persone possono spiazzare(ci). Nel bene o nel male. In Patto di sangue si assiste ad un evento imprevedibile persino per il Re del Terrore.
La recensione qui sotto contiene diversi spoiler, necessari per comprendere l’episodio e la caratterizzazione dei personaggi noti e meno noti, pertanto i lettori sono avvisati.
Di ritorno dal commissariato di polizia, sotto le sembianze di un poliziotto, Diabolik fa sapere ad Eva di aver cambiato i suoi piani. Non deruberà più il ricettatore su cui stava raccogliendo informazioni, perché ha scoperto che il proprietario del Museo di Arte Antica di Clerville aprirà le sale dell’ultimo piano – fino a quel momento rimaste inaccessibili al pubblico – per esporre la collezione di gioielli che valgono miliardi. Un colpo quindi di gran lunga superiore in termini di valore rispetto al furto ai danni di un ricettatore. Da una conversazione che il proprietario del museo ha avuto con Ginko, il Re del Terrore è venuto a sapere che la progettazione del sistema di allarme dell’ultimo piano del museo verrà affidata ai coniugi Pietro e Rachele Goddard, che già in passato si erano occupati dell’impianto di sicurezza dell’istituto. Pertanto, il giorno seguente, Lui e Lady Kant si appostano con la macchina di fronte all’ingresso di casa Goddard per studiare le loro abitudini. I due criminali notano che si è radunato un nugolo di persone davanti all’abitazione; incuriosito, Diabolik dice ad Eva di approssimarsi alla dimora dei Goddard per capire cosa succede. Dopo pochi minuti Eva vede uscire una barella sorretta da un gruppo di infermieri e paramedici, successivamente caricata su un’ambulanza seguita dall’auto con a bordo Rachele. A quanto pare, Pietro Goddard è deceduto la sera prima a causa di una anemia aplastica.
Una settimana dopo si verifica un incidente e, causa lo schianto con un guardrail, una macchina finisce in un fiume situato alla periferia di Clerville. Per estrarre i corpi delle vittime dall’abitacolo, i sommozzatori della polizia si gettano nelle sue acque torbide, ma l’unica cosa che riescono a recuperare è un monoblocco a raggi X e altri pezzi di argenteria e d’avorio.
Ha inizio un’indagine che conduce a sospettare di una truffa ai danni dell’assicurazione da parte del medico Mario Lancher, amico dei Goddard, il quale aveva denunciato alla polizia qualche giorno prima il furto dell’apparecchio. Rachele apprende la notizia dai giornali, nello specifico è il figlio Silvio a metterla al corrente di quanto è accaduto poiché, leggendo i quotidiani, domanda alla mamma cos’è un monoblocco a raggi X. Quella stessa sera telefona a Mario il quale le riferisce di essere preoccupato, e al contempo stizzito, del comportamento della polizia tenuto durante l’interrogatorio quella mattina nei suoi riguardi, quasi ad accusarlo di essere lui il vero artefice del furto.
“Ma è impossibile” lo rassicura Rachele “non hai nulla di cui preoccuparti, l’apparecchio non era poi così nuovo, quindi che motivo avevi di simulare un furto?”
Nel frattempo Diabolik continua ad andare avanti col suo piano per impadronirsi del progetto del sistema d’allarme del museo. Nonostante la dipartita di Pietro Goddard, il lavoro è stato comunque affidato a Rachele che viene sorvegliata a vista da due poliziotti per le ore lavorative impiegate: la mattina le consegnano le bozze del progetto e la sera, quando Rachele conclude il suo lavoro, lo riprendono in consegna per portarlo al commissariato ed impedire a qualsiasi criminale – Diabolik compreso – di mettere sopra le mani. Per il ladro più famoso di Clerville l’alternativa per impadronirsi dei congegni ideati e progettati è quella di piazzare delle microcamere nello studio di Rachele sì da poter fotografare il progetto.
Il piano è attuabile solo di notte, pertanto Diabolik penetra in casa dei Goddard per narcotizzare madre e figlio mentre stanno dormendo, e piazzare le microcamere. Farà la stessa cosa l’indomani sera e tutte le sere a venire per prelevare i rullini e analizzare l’impianto progettato da Rachele Goddard al rifugio, sì da essere preparato per il colpo al museo.
Accade però che quando la sera seguente fa ritorno in casa Goddard, Rachele lo attende sveglia e alzata. Sorpreso, Diabolik le chiede come ha fatto a scoprirlo.
“Ieri notte Silvio ha dormito con me nella mia stanza. Sicuramente per lui avevi preparato una dose più leggera di narcotico e per me una più massiccia. Però non potevi sapere che mio figlio avrebbe dormito con me, e che quindi ha respirato la stessa dose di sonnifero. Così, quando stamattina, in preda ad un forte mal di testa, ho notato che faceva fatica a svegliarsi e che si è buttato dal letto solo in tarda mattinata (cosa strana dato che lui è molto mattiniero) ho capito che dietro tutto questo c’eri tu”.
“Cosa vuoi da me?” le domanda a questo punto il criminale.
“Non devi temere nulla, non voglio denunciarti. Da quando ho ucciso mio marito c’è qualcuno che mi ricatta. La prima volta ho dovuto cedere, ho consegnato venti milioni in contanti, la prossima volta ne dovrò consegnare cinquanta. Non so chi sia questa persona, tutto quello che ti chiedo è di liberarmi di lui. Se accetti questo patto di morte, in cambio ti consegnerò il progetto dei sistemi di sicurezza del museo”.
Diabolik può mai rifiutare un così allettante scambio? Certo che no, pertanto accetta di aiutare Rachele. L’impresa però si presenta subito ardua.
Anche Eva resta basita quando si vede comparire davanti il suo compagno con un’espressione che la dice lunga nei confronti della Goddard.
Una tavola dell'albo (disegni: Flavio Bozzoli; chine: Glauco Coretti)
“È una donna alla pari, come me” confida Diabolik alla sua Eva dopo averle raccontato la ragione per la quale la donna ha ucciso il marito.
Ed effettivamente è così. Sin da subito le Giussani ci presentano Rachele come una donna algida, controllata, cui niente sembra scalfirla. Non prova nessun sentimento per nessuno, anche la presenza in casa dei poliziotti h24 non la turba più di tanto; tutto le scivola addosso in maniera indifferente, quasi apatica. Le uniche occasioni in cui sembra provare qualcosa è nei rari momenti che trascorre col figlio, per il resto del tempo si adatta a tutto continuando a vivere la quotidianità col solito distacco. Dietro questa imperturbabilità si cela una freddezza e un’intelligenza inaudita, come si avrà modo di constatare nel corso della storia.
Rachele è una donna molto perspicace.
Quando Diabolik svela ad Eva dove avverrà il prossimo incontro con il ricattatore, la complice gli fa notare subito che fallirà nell’intento. Sull’altura di Rindom non esistono posti in cui nascondersi e cogliere di sorpresa il furfante per toglierlo di torno a Rachele Goddard. Diabolik non si dà per vinto e trova un sistema per ingannare l’ignara vittima: quello di rintanarsi sotto un falso masso di roccia e pugnalarlo alle spalle non appena avrà ritirato il pacco con il denaro contante.
La notte seguente si mette in attesa. La prima ad arrivare è Rachele che nasconde il denaro dietro ad una pietra sulla collina. Qui, per la prima ed ultima volta, assistiamo ad un momento di fragilità della donna dettato dalla paura: Rachele sente addosso “lo sguardo di ghiaccio” del Re del Terrore, non sa dove si nasconde ma sa che è lì perché Diabolik, quando promette, mantiene sempre la sua parola. Promessa che non viene disattesa perché non appena lei si allontana dopo aver lasciato il denaro, ecco sopraggiungere il misterioso ricattatore con indosso un cappello, un impermeabile e dei semplici vestiti da uomo per prelevare il frutto del baratto. Diabolik, alla vista del miserabile, lo uccide lanciandogli addosso il suo pugnale. Tuttavia, quando gli si avvicina per scoprire la sua identità, la cosa lo lascia senza parole: si tratta di Rachele in persona la quale, come da accordi con Diabolik, stringe nel pugno di una mano le indicazioni per disinnescare i congegni di sicurezza del museo.
Di ritorno al rifugio, l’uomo racconta l’accaduto ad Eva dopo che la donna s’avvede dello stato d’animo del compagno, sconvolto e basito quanto lei.
Successivamente, grazie ai suggerimenti della Goddard, Diabolik tenta il colpo al museo ma fallisce a causa di un trucco inserito nell’impianto che mette la polizia sulle sue tracce. Il criminale crede che Rachele non gli abbia svelato tutta la verità, che c’era un meccanismo che ha preferito tenergli nascosto e tendergli una trappola.
Nelle settimane seguenti Diabolik scoprirà che non era affatto come pensava, perché ad inserire quella ulteriore precauzione nei sistemi di sicurezza del museo era stato Ginko proprio per sventare un suo intervento. La maniera con cui viene a conoscenza della mossa ingegnosa messa in atto dal suo eterno nemico è grazie al proseguimento delle indagini sul monoblocco a raggi X, che portano l’Ispettore a scoprire una triste e amara verità: a causare la morte di Pietro Goddard fu proprio la moglie che, grazie all’apparecchio posizionato sul solaio in corrispondenza della stanza del marito, aveva volutamente causato l’anemia aplastica al consorte mandandolo a morte certa.
La ragione di tale gesto risiedeva nella gelosia di Rachele dopo aver scoperta che Pietro voleva lasciarla per rifarsi una vita con un’altra donna. Aveva così escogitato un piano per fargliela pagare rubando l’apparecchio a Mario Lancher e simulando un furto da parte di ignoti; quando però il monoblocco fu ripescato nel fiume da parte della polizia, Rachele intuì che era spacciata perché presto Ginko sarebbe arrivato a lei. È a questo punto che l’intervento di Diabolik si rivelò una manna dal cielo.
Rachele non vuole trascorrere il resto dei suoi giorni in prigione, né può togliersi la vita da sola altrimenti suo figlio perderebbe la polizza vita sull’eredità che lei e Pietro avevano stipulato tempo addietro in favore di Silvio, e che non contempla l’ipotesi del suicidio; per evitare questa eventualità occorre quindi che ella muoia per mano di qualcun altro.
Queste sono le conclusioni – più che corrette – a cui giunge l’Ispettore Ginko e che Diabolik (l’unico a sapere della verità sull’assassinio perché rivelatagli da Rachele la notte del patto di sangue) “coglie” dalle notizie riportate sulla Gazzetta di Clerville.
Ginko chiude l’indagine archiviando il furto del monoblocco avvenuto per mano di ignoti, compiendo la scelta di tacere per salvaguardare il futuro di Silvio Goddard. Decisione che, ancora una volta, accresce la stima che da sempre nutre per lui il suo invincibile avversario.
15.05.2026
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15.05.2026