Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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12.03.2026
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Bene, bene, bene. Anzi. Male, male, male.
Ma… dico, ci mancava anche Sal Da Vinci nelle polemiche? A parte che erano assurde tutte le critiche mosse prima ancora a Laura Pausini per la veste canora (e personale) conferita dall’artista all’Inno di Mameli, adesso manco le canzoni d’amore vi stanno più bene? Ecchec…osa!
Ma allora è proprio vero che del bene, dell’affetto, della dolcezza e della tenerezza non vi importa nulla, che fate solo finta di essere dei buonisti e dei pacifisti e delle persone educate e perbene e che “io dei pregiudizi? Ma quando mai!”.
Okay, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo – si sa – può piacere o non piacere, ma che ne deve seguire una scarica di insulti mi pare nu poco esagerato (per restare in territorio napoletano), o no?
Questo povero cristiano di Sal Da Vinci pensava di portare sul palco dell’Ariston un testo che parlasse d’amore, ora non dico che si aspettava applausi a cascate da parte del pubblico, della giuria e della “critica”, ma un minimo di riscontri benevolenti ce l’aveva (in fondo non offende nessuno, è una pura e semplice manifestazione del sentimento d’amore alla persona amata). Affermare che è una canzone che si ascolta solo ai matrimoni dei camorristi, e che “madonnamiasaichefigurachecifaremoallEurovisioncoquesto?” o, peggio ancora, che ha connotati patriarcali…mamma mia ragazzi!
Che dire? Abbiamo davvero oltrepassato ogni limite come società civile che si rispetti e come individui in quanto esseri umani dotati di un cervello pensante (ma mi sembra di capire che qui Qualcuno o chi per Lui si è scordato di darci un cervello)¹.
Ora, esaminiamo bene le parole contenute nella canzone di Sal Da Vinci. Se ad un primo ascolto il tenore possa risultare “patriarcale”, con il testo alla mano si scopre che non è così.
Quando due persone si vogliono bene – ripetiamo: si vogliono bene significa che vogliono l’uno il bene dell’altro, e non l’uno il bene e l’altro il male – non esiste ostacolo che non si possa superare insieme (insieme = volontà da ambedue le parti); diversamente se l’ostacolo comincia a diventare un problema dovuto alla cocciutaggine di uno dei due soggetti (tanto maschile quanto femminile), allora vuol dire che l’amore è finito. Stop. Chiuso. Terminato. Esaurito (non nel senso mentale ma in senso quantitativo). Inutile quindi incaponirsi. L’amore non è un credito telefonico che puoi ricaricare quanto e quando vuoi, né il serbatoio di una macchina di lusso con cui scorrazzare per le strade per fare gli strafighi.
Altra perifrasi “so bene che è una grande incognita il futuro/ ma insieme a te non mi spaventerà perché/costruiremo tutto ma non alzeremo un muro”.
Ci sono tre parole su cui è essenziale soffermarsi: futuro, incognita e muro. Sulle prime due soprassiedo perché non c’è bisogno di spiegazioni, sull’ultima – muro – vorrei ragionarci.
Muro come sostantivo è una parola brutta perché evoca qualcosa che separa, divide, isola e che non permette di raggiungere l’altra persona, né di vederla o di sentirla. Ma Sal Da Vinci afferma proprio l’esatto contrario, parla di costruire (voglio far notare che il verbo è declinato al plurale): costruire tutto partendo da zero e, sempre al plurale, prosegue dicendo che “non alzeremo un muro” (c’è una negazione).
Ora, se il muro è un sostantivo che ha un’accezione negativa ed è seguito a sua volta da un’altra negazione, se non ricordo male – per una regola matematica – meno per meno fa più. E se il prodotto è positivo, dove si nasconde il significato maligno della canzone?
Un’esemplificazione? Delle più banali, mi sento di aggiungere.
Se mi apro ad una persona, ci parlo, ci discuto, ciò vuol dire che sto comunicando con quella persona, cerco un contatto. Se mi chiudo a riccio, la taglio fuori da qualsiasi decisione, accordo, scelta o altro, non la rendo partecipe di quel che sta accadendo, ergo sto “alzando un muro”.
E se non c’è comunicazione, né ascolto, esiste solo un hikikomori che s’accompagna col nulla. Da questo momento in poi l’amore si polverizza, svanisce ed entra in gioco la solitudine.
Mi rendo conto che, all’occhio, il titolo del brano possa indurre in errore. Per sempre sì sottintende un legame sempiterno, ma lasciate che dica una cosa: ci sono tantissime canzoni che, negli anni passati come ancora oggi, hanno espresso, esaltato ed omaggiato l’amore come un sentimento eterno, esclusivo e duraturo tra due persone. Di pari passo ci sono tantissimi libri (e tantissime favole) che dirottano il finale verso il classico “e vissero per sempre felici e contenti”; pertanto, la domanda che mi pongo è: perché stamo a fa’ tutta ‘sta caciara soltanto ora? E perché solo con Sal Da Vinci e non anche con Adriano Celentano o Riccardo Cocciante?² Niente niente vi dà fastidio che abbia vinto una canzone che abbia colori e sfumature “popolari” (e pertanto non proprio conforme allo stile di Sanremo)?³
No, perché mi sembra che qui qualsiasi cosa si dica, si faccia, si canti, si scriva o si pensi è diventata una grandissima camurria. E non importa se il soggetto in questione sia Sal Da Vinci, Laura Pausini, Andrea Pucci o un piddino o un meloniano.
Si deve offendere perché l’offesa e l’insulto è diventato il passatempo, nonché il costume dell’Italia (Paese democratico!), a prescindere se la questione sia giusta o sbagliata (nun ce ne frega niente, vabbè?). Può essere anche onesta e corretta ma… no! Non va bene! Devi stare attento a come parli, a come ti muovi, a come pensi e persino a come ti vesti e ti spogli! Non si fa.
Non si fa, non si fa e non-si-fa.
(Ma allora che famo?)
Sono addirittura arrivata a pensare che quest’anno, proprio perché non c’era niente su cui sparlare in tema Sanremo (un anno che potevamo starcene tranquilli, ma pensa te), qualcosa alla fine dovevamo inventarcela per accendere un po’ gli animi, e cosa c’era di meglio che buttare un po’ di benzina sul fuoco con la canzone vincitrice del Festival?
Questa volta è toccato a Sal Da Vinci (perdonaci Sal, perdonaci. Non tenevamo, come al solito, niente a che fare) ma – torno a ripetere – non è, non è stato e nemmeno sarà l’ultimo ad essere tacciato di patriarcato. Ci sono tantissimi film (si veda la scena di Johnny Stecchino quando lui, Benigni, e Maria, Nicoletta Braschi, sono seduti a teatro e il primo spettatore - seduto in platea - ad alzarsi per andare via, dopo aver riconosciuto Johnny, ordina alla moglie di seguirlo fuori senza neanche fiatare), tantissime opere teatrali (si legga l’Alcesti di Euripide), tantissimi testi di letteratura, ma anche componimenti lirici (La donna è mobile di Rigoletto, tanto per citarne uno), opere d’arte (Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini) che, seppur nel loro piccolo, hanno un quid di “patriarcato”.
Cosa dobbiamo fare allora? Aborrire tutto solo perché rimandano ad una certa supremazia maschile? A questo punto anche le favole sono da abolire, anzi: sono la prima cosa da abolire. Cresciamo con le favole, ci nutrono di favole, ci fanno vivere di favole, ci fanno sognare le favole e ci fanno morire con le favole. È un seme che ti ficcano in testa sin dalla nascita per farlo meglio attecchire.
Lasciate che ve lo dica (l’ho già detto in precedenza): le favole sono pericolose (non Magica favola⁴ di Arisa che, a parere di chi scrive, meritava la vittoria a Sanremo). Non vanno lette e non vanno nemmeno scritte. Narrano di Principi Azzurri ma i principi azzurri non esistono. Le Principesse si salvano da sole, manco le Forze dell’ordine o la Legge le salvano.
È questo che andrebbe inculcato nel cervello: non dipendere da nessuno. E non solo economicamente, ma anche sentimentalmente. Meglio un possibilista “Fino a quando ti amerò lo farò con tutta me stessa, ma potrebbe anche finire domani” invece di un “Ti amerò per sempre” (ma quando mai? Mamma e che uaj!⁵ E tu questa croce mi vuoi mettere addosso?).
Che poi ci siano persone più o meno romantiche, più o meno appassionate, più o meno sensibili, più o meno innamorate oppure più o meno esagerate è un altro discorso. È una questione di prospettive.
Gino Cecchettin ha ravvisato nel brano di Sal Da Vinci dei contenuti maschilisti, e ci sta. È una persona che è stata attraversata dal dolore, ci convive tutti i giorni col dolore perché gli è stato strappato il bene più prezioso che aveva al mondo, come volete che interpreti questa canzone? Una “tarantella” come l’ha interpretata Cazzullo?
Ecco, alle orecchie di Aldo Cazzullo arriva altro. La canzone è la stessa, il ritmo è lo stesso, gli accordi musicali sono gli stessi, eppure queste due persone – Cecchettin e Cazzullo – hanno ascoltato una canzone diversa. Come è possibile? (È possibile).
Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo ci insegna Isabel Allende.
E a proposito di come siamo ritengo che debba cambiare il mio orientamento sessuale il prima possibile. Tenterò di spiegare a breve il perché.
12.03.2026
¹ E persino un cuore dato che pure la sensibilità è partita per un lunghissimo viaggio, lontano lontano
² Ricordate il brano Margherita del 1976 e la chiusa finale?
³ E che dire allora de L’italiano di Toto Cutugno?
⁴ Il significato del brano viaggia verso tutt’altra direzione: sveglia dalla favola.
⁵ Trad.: guaio.
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La copertina dell'albo a cura di Sergio e Paolo Zaniboni (fonte: sito ufficiale di Diabolik)
Sin dalla sua nascita il fumetto di Diabolik è sempre stato molto attento alle questioni sociali e alle notizie di cronaca nera da cui spesso le sue due autrici attingevano per la creazione delle storie diabolike.
Senza l’occhio scrupoloso di Angela e Luciana Giussani non avrebbero mai visto la luce albi come Mafia (albo n. 3 del 1994) il cui tema rimanda agli episodi criminosi di quegli anni legati ai fenomeni mafiosi che portarono all’uccisione dei Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nonché a seguire, qualche anno più tardi, il processo a Tangentopoli; Guerra alla droga (albo n. 22 dell’ottobre 1971), Sulla via della droga (albo n. 1 del 1983), Ignari corrieri di droga (albo n. 8 del 1984), Schiava della droga (albo n. 7 del 1987), Eroina per Ginko (albo n. 1 del 1996), albi questi ideati per sensibilizzare la gente su una piaga sociale drammatica allora come adesso e che continua a mietere vittime come la droga, e altri del tipo La prigioniera (albo n. 23 del 1971) che inaugura il “filone” della stagione dei sequestri a cui successero Tragico rapimento (albo n. 16 del 1973), Disastro ferroviario (albo n. 14 del 1982), Il grande burattinaio (albo n. 5 del 1992) e così via.
E non sono i soli.
Con gli anni la casa editrice Astorina non è venuta meno all’obbligo di occuparsi delle tematiche collettive che caratterizzano gli aspetti più tristi e cupi dell’epoca in cui viviamo e che si riflettono nelle storie de Il Re del Terrore, per questa ragione non è inusuale vedere Diabolik in situazioni che hanno a che fare con il femminicidio – come nell’albo Violenza carnale (dicembre 1994),Un uomo violento (maggio 2012), In attesa di giustizia (luglio 2024) – , con discriminazioni attinenti alla sfera sessuale (Il segreto della Rocca del gennaio 2007) o psicofisica (Mistero al castello dell’ottobre 1972, L’isola degli uomini perduti dell’aprile 2005) – o, altrettanto ancora, in vicende che vedono coinvolte direttamente giovani vittime come i bambini.
C’è da dire che il filo comune di queste ultime storie attiene principalmente a rapimenti con scopo di estorsione, non mancano tuttavia episodi legati alla pedofilia come Testimone d’accusa e Il covo degli orchi (agosto 2010).
La storia che mi preme raccontarvi maggiormente è quella contenuta nell’albo Testimone d’accusa per testi (Mario Gomboli e Marco Cortini), sceneggiatura (Patricia Martinelli) e disegni (Enzo Facciolo, chine di Giorgio Montorio).
Diabolik è intento a portare a termine un colpo nella sede della Finanziaria di Clerville. Eva lo aspetta sotto al palazzo per scappare con un furgone a colpo concluso.
Di per sé il furto non si presenta complesso. Diabolik è riuscito ad accedere negli uffici senza far scattare gli allarmi ma la lega della cassaforte è talmente massiccia che, se la corrodesse seduta stante, rischierebbe di venire scoperto. L’unica alternativa è quella di estrarla dal muro e portarla via con sé con un’attrezzatura studiata per l’evenienza. Durante il tempo occorrente per mettere in atto quest’operazione di trasporto Eva, che lo attende di sotto, nota una macchina avvicinarsi nella strada deserta ove lei staziona col furgone. Dopo aver riferito al compagno col radiorologio di prestare attenzione durante la fuga dato che non sono più soli nei pressi del palazzo della Finanziaria, si mette ad origliare la conversazione dei due uomini che sono scesi dall’auto.
Uno di loro, un certo Giacomo, confida all’altro di volersi tirare fuori dal giro. Ancora non sappiamo bene in questa sede di quale giro si tratta ma apprendiamo subito, assieme alla compagna di Diabolik, che è una faccenda alquanto brutta e grossa. Questo Giacomo è stato chiamato a testimoniare, motivo per il quale confessa al socio che ha di fronte che vuole costituirsi. L’altro, ovviamente, non è d’accordo con la decisione che ha preso e tenta in tutti i modi di farlo ragionare, ma Giacomo ha deciso: dirà tutto alla polizia. La conversazione termina con un colpo di pistola e Giacomo muore sul colpo. Una volta aver caricato il corpo senza vita nel bagagliaio della macchina il tizio che era con lui si allontana. A questo punto Eva avvisa Diabolik che può venire via dagli uffici con la cassaforte. Appena la raggiunge il criminale le chiede chi erano i due intrusi che avrebbero potuto intralciare il loro piano di fuga… due piccioncini in cerca di effusioni? Macché, gli risponde Eva, sicuramente gente di malaffare considerato quanto ha ascoltato della loro conversazione.
Il giorno seguente, mentre Diabolik è intento ad aprire la cassaforte nel laboratorio del rifugio sopraggiunge Eva di ritorno da una passeggiata in cui ha approfittato per comperare i giornali. Scorrendo le informazioni, sia lei che Diabolik apprendono che è stato trovato un cadavere bruciato in una discarica fuori città e che il corpo apparteneva ad un certo Giacomo Tender, principale teste d’accusa in un processo contro una potente banda di pedofili.
Eva non tarda a collegare la vittima trovata morta col Giacomo della sera precedente che intendeva confessare ogni cosa alla polizia, per questo (come ormai sanno i fan affezionati di Diabolik in special modo quelli che lo leggono da tanti anni) non riesce a non provare disappunto di fronte all’orribile notizia. L’uccisione di Tender vuol dire che il processo verrà presto archiviato per mancanza di prove e quei farabutti riusciranno a farla franca. Lady Kant è fuori di sé al solo pensiero e lo rivela al compagno che, disgustato quanto lei, prova a farle capire che nulla possono per fermare quella banda di individui, gli unici a poterlo fare sono la polizia e l’autorità giudiziaria.
Una tavola dell'albo (disegni di Enzo Facciolo)
Ma non ci sono prove né testimoni per quel crimine abietto. Tender è morto e nessuno sa della decisione che aveva preso quest’ultimo di rendere una confessione spontanea. Nessuno tranne Eva che ha assistito alla conversazione col suo socio.
Una settimana dopo dal telegiornale giunge la notizia di una segnalazione anonima nei confronti di Arrigo Meyer, noto uomo d’affari di Clerville, che lo accusa di essere coinvolto in un giro di pedofili e di aver ucciso Giacomo Tender. Il Tg mostra un Meyer indignato di fronte ad una illazione del genere urlando ai quattro venti che farà di tutto per dimostrare in tribunale la sua totale estraneità ai fatti. A dargli man forte è anche il suo avvocato Sommer che ritiene un’accusa di quel tipo del tutto infondata considerata la buona reputazione di cui gode il suo cliente da molti anni e la assoluta mancanza di prove a suo carico.
Diabolik, ascoltando la notizia mentre siede sul divano del soggiorno sorseggiando caffè, non può che essere purtroppo d’accordo con quanto ha appena udito da quei due: senza prove in un processo non si va da nessuna parte. Il commento amaro testé espresso viene subito interrotto da un fragore di tazzine e piattini che rovinano sul pavimento del soggiorno rompendosi in mille cocci.
“Eva!” esclama sbalordito. Lady Kant, per il nervosismo, si è lasciata scappare di mano la propria tazza.
“Ho da fare, devo raccogliere questi cocci” gli risponde con fare sbrigativo calandosi sulle ginocchia e senza nemmeno guardarlo in faccia.
Il gesto è sufficiente per far intuire a Diabolik che a fare la segnalazione anonima è stata lei, sì come la discussione che ne segue nella coppia è sufficiente a creare un piccolo battibecco – scaturito da due diverse visioni della vicenda in cui i due criminali sono malauguratamente inciampati, più razionale Diabolik, più emotiva Eva – che induce la Kant a prendere una pausa di riflessione lontana da Lui.
Intanto, come volevasi dimostrare, il processo che vede Arrigo Meyer accusato di pedofilia sembra volgere a suo vantaggio nonostante le ottime deduzioni e la tesi portata avanti nell’arringa dall’avvocato Black, parte avversaria nel processo. Ma, proprio quando l’ultima parola spetta al giudice per emettere il verdetto, ecco farsi avanti una testimone: si tratta di Alessandra Todd.
La giovane, volenterosa di rendere la sua testimonianza, confessa davanti al giudice e alla corte di lavorare come sguattera in un ristorante e che la sera dell’assassinio di Giacomo Tender era uscita a fumare una sigaretta qualche minuto prima che chiudesse l’attività di ristorazione; così, per puro caso, si era messa ad ascoltare una conversazione tra la vittima e Arrigo Meyer che lo riconosce come assassino di Giacomo Tender per averlo visto sparargli un colpo di pistola.
Questo cambia tutto. Esterrefatto Sommer (già contrario ad escutere una teste piombata improvvisamente dal cielo) chiede spiegazioni al suo cliente, il quale gli riferisce che quella sera non c’erano testimoni in giro e che il ristorante, nell’ora in cui era avvenuto l’incontro con Tender, era chiuso. Poi Sommer viene colto da un’illuminazione. La sera in cui avvenne l’omicidio per mano di Meyer era la notte tra domenica e lunedì, lo stesso giorno in cui Diabolik mise a segno un colpo ai danni della Finanziaria.
Di nuovo davanti al banco dei testimoni, faccia a faccia con la Todd, Sommer le chiede il nome del ristorante in cui lavora. La Todd lo rivela senza alcun problema, si tratta de “Lo scoglio” di Via Indipendenza.
“Mi ricorda qualcosa…” preannuncia l’avvocato Sommer “non è forse quello di fronte al palazzo della Finanziaria dove nella notte tra domenica e lunedì Diabolik portò a compimento un colpo?”
“Sì, mi pare di aver letto qualcosa sul giornale” risponde la Todd. “No, non dai giornali” risponde Sommer “lo ha appreso direttamente da Diabolik!” e, detto questo, le strappa via la maschera dal volto.
Tavola tratta da Testimone d'accusa
Smascherata la Kant, è d’obbligo che nell’aula di giustizia faccia il suo ingresso Ginko il quale dà subito ordine di controllare i volti dei presenti per scoprire se Diabolik è tra questi. Nel frattempo il giudice chiama l’ispettore in disparte per chiedergli di aspettare di tradurre la Kant in carcere, è in corso un processo con accuse gravissime di pedofilia e omicidio e la sua testimonianza può rivelarsi fondamentale per il buon esito della vicenda. Ginko acconsente che la Kant deponga come testimone.
Dopo la pausa e alla ripresa del processo – che avviene a porte chiuse – l’avvocato Sommer, contrario sin dall’inizio della testimonianza di una fuorilegge, fa di tutto per screditare la deposizione di Eva facendo leva proprio sul suo passato di criminale. La donna però non si lascia intimidire e con sfrontatezza chiede al giudice se l’autorizza a porre lei una domanda all’avvocato. La cosa provoca un certo imbarazzo tra le guardie, gli avvocati, Ginko e lo stesso giudice il quale chiede alla Kant se il quesito che intende sottoporre all’avvocato Sommer ha attinenza col processo. Eva gli assicura che la sua domanda è di estrema importanza.
Quando ha capito che non era Alessandra Todd ma Eva Kant?
Sommer si rifiuta di rispondere ma, sollecitato dal giudice, dichiara che fa l’avvocato da trent’anni e che, per esperienza, ha compreso subito che la Kant stava mentendo.
Eva però si rivela molto più astuta del legale. Un sagace ragionamento l’aiuta a provocare l’ammissione della colpevolezza di Arrigo Meyer: lei non ha detto e fatto nulla che potesse rivelare in qualche modo la sua vera identità sul banco dei testimoni, solo l’avvocato e Meyer potevano sapere chi fosse veramente perché in Via Indipendenza, in quel vicolo e a quell’ora della sera, solo l’assassino sapeva che il ristorante – di cui tra l’altro conosce anche il nome – era chiuso.
“Ha ragione” riflette Ginko tra sé.
“Un ragionamento impeccabile Lady Kant” si complimenta il giudice con la donna, disponendo l’arresto di Arrigo Meyer.
Eva invece viene condotta in carcere in manette, che indosserà per tutto il tempo di permanenza in cella (stazionerà solo per un breve lasso di tempo prima di essere trasferita in un penitenziario bunker).
La donna sa di non avere più scampo ormai, Ginko ha studiato ogni mossa per impedire a Diabolik di liberarla: sarà sorvegliata h24 da quattro guardie che non usciranno mai dall’ala in cui è rinchiusa, in più nella cella ci sono tre telecamere che ne controllano ogni angolo e il cibo verrà preparato a parte dagli agenti di Ginko e passato dal passavivande senza che nessuno possa entrare nella stanza dov’è prigioniera.
E come se non bastasse tra le guardie c’è un vero mastino. Si tratta di Tania, una guardia carceraria dal fisico nerboruto che prova un odio naturale verso tutte le detenute. Per sua stessa ammissione Eva Kant la odia più di tutte, e non si può non darle torto. Eva è bellissima, lei invece non fa che rifuggire lo sguardo degli uomini. Anche le sue colleghe lo sanno, come sanno che quando alza il gomito Tania diventa ancora più cattiva e aggressiva. È l’argomento preferito per spettegolare tra colleghe.
Nonostante le rigide misure di sicurezza e consapevole che forse non rivedrà mai più il suo uomo, Eva non si pente di quello che ha fatto. Nessuno invece, nemmeno lei, sospetta che Diabolik è entrato in azione da molto prima che andasse a rendere la sua testimonianza al processo.
Anche questa volta, nonostante Ginko, nonostante gli ostacoli, nonostante i pericoli e nonostante Tania (che si rivelerà la soluzione per la fuga di Eva) il Re del Terrore riuscirà a tirare fuori dal guaio in cui si è cacciata di sua (tenace) volontà la sua compagna.
Se siete curiosi di scoprire quali audaci peripezie ha ideato questa volta il famoso criminale, non vi resta che leggere questa storia con un doppio lieto fine.
Tavola tratta da Testimone d'accusa, disegni di Enzo Facciolo
9.03.2026
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9.03.2026