21.01.2026
Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
21.01.2026
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21.01.2026
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Una scena tratta da Viaggi di nozze (film di e con Carlo Verdone del 1995)
E se la verità si celasse dietro la finzione? Non è quello che avviene anche nei romanzi? Alla base c’è una storia che può essere vera perché ambientata in un determinato periodo storico (con all’interno personaggi che a loro volta possono essere persone realmente esistite o altrimenti o ambedue le cose), oppure finta perché è tutto frutto dell’immaginazione dello scrittore o scrittrice (luoghi, persone, ambientazione, dialoghi). Tuttavia quella storia a ben guardare, immaginata o non immaginata, non sarà mai del tutto finta.
Prendiamo ad esempio Carlo Verdone. Lui e i suoi personaggi sono una persona diversa dall’altra. C’è il burino, l’ingenuo, l’anancastico, il prete, lo spaccone, il timido, il manager, l’inetto e così via. Ognuno ha una sua identità, che è diversa da Carlo seppur presa a prestito da Carlo perché attinta dalla vita reale. E poi c’è Carlo, che ha una sua identità. Nei suoi personaggi Carlo dismette i suoi abiti per indossare quelli dei suoi personaggi. Quindi Carlo non è più Carlo per farsi portatore di altre verità che non sono di Carlo ma di altri soggetti. Il concetto appena espresso vale per l’assunto descritto poc’anzi: autore e personaggi (o personaggio) devono essere identità diverse tra loro, altrimenti il prodotto è malriuscito.
I film di Verdone funzionano per questo.
E se invece l’artista fosse così abile a nascondere sé stesso dietro i suoi personaggi senza scoperchiare l’artifizio? Concetto pirandelliano quest’ultimo che mi rimanda ad un’altra massima che ho estrapolato dal romanzo di Carrisi. “È umanamente impossibile piacere a tutti, e io non ho mai avuto problemi a riconoscere di essere alquanto complicata. Gli scrittori dovrebbero invece sembrare sovrumani, irraggiungibili, quasi eterei. Altrimenti il rischio è che certe loro mediocrità guastino la sacralità delle storie che raccontano e macchino irrimediabilmente la reputazione dei personaggi usciti dalla loro penna”.
Potrei concludere qui quest’articolo, con questa (in)discutibile verità che si riallaccia alle premesse del post ma ho ancora due cosucce da dire.
La prima: è “umanamente impossibile” – per prendere in prestito l’espressione adoperata da Carrisi nell’estensione del suo pensiero – allontanarsi da sé stessi, essere tanto bravi da non dissezionare frammenti del proprio “io” e inserirli in una storia, in un disegno, in una sceneggiatura, in un personaggio, in un qualsivoglia contesto. Anche il più esperto degli autori, quello con anni ed anni di carriera e di esperienza finirà sempre col mettere un pezzettino di sé nelle sue opere o un qualche dettaglio rubato sul piano empirico (un viaggio, un incidente, un’avventura, un luogo, una chiesa, una credenza, un fiore, un colore, un profumo, ecc). Sarebbe bene che il “furto” si limitasse solo a qualche dettaglio e a non contaminare la storia con altri aspetti che nulla devono avere a che vedere col creatore di storie, pena lo scivolone citato dal criminologo e Maestro del noir italiano.
Detto in altra veste, l’autore non deve scrivere per compiacere i lettori.
L’autore è un tramite. Lui (o lei se a scrivere è un’autrice) racconta la storia di determinate persone (protagonista o protagonisti) ad altre persone che compongono un gruppo più o meno folto di persone (pubblico), mette al corrente il lettore di qualcosa che ha visto o sentito: spetta a quest’ultimo credere o no a quella storia, a lasciarsi trascinare, ammaliare, turbare. In virtù di quel racconto colui o colei che narra può farne parte (romanzo autobiografico) o non farne parte. In quest’ultimo caso il narratore non avrà nulla a che vedere con i protagonisti del racconto, è alieno (dal latino alienus, altro) da loro.
Facciamo un esempio. Dacia Maraini smette dall’oggi al domani di narrare di donne e si dedica totalmente all’horror. La “scelta” della Maraini non è dettata da nessuna ragione, segue solo un istinto. Se l’autrice improvvisamente si è votata al genere nero non significa che la sua identità è cambiata o era, per natura, una brutta persona: Dacia Marini resta la Dacia Maraini che tutti conosciamo perché i personaggi di Dacia Maraini non sono Dacia Maraini, non pensano come l’autrice e non agiscono come l’autrice.
L’acquisto di un libro dell’autore Tal dei Tali significa che quel che mi appresto a leggere è un romanzo narrato da e non il romanzo di.
Pertanto se acquisto libri narrati da quell’autrice o autore vuol dire che gradisco la parola, la prosa, lo stile che utilizza e – non ultimo – l’abilità, il talento di cui è dotata/o per narrare certe storie che possono spaziare dai gialli, ai romance, ai romanzi storici, dall’avventura ai fantasy ecc.
La seconda: non sono del tutto d’accordo quando lo scrittore fa riferimento alla distinzione netta che deve esserci tra un autore (nel suo caso uno scrittore, ma deve intendersi in senso lato perché autore non è solo uno scrittore) e il pubblico tanto da considerare il primo un “essere sacro”.
Fate attenzione alla lettura della frase.
Carrisi non intende offendere nessuno, non è stato colto da alcun vezzo di vanità o è preda del narcisismo di chi si sente arrivato, al contrario: ha scritto ciò che ha scritto perché è conscio dei limiti di un essere umano², incluso sé stesso. Limiti che possono inficiare le storie e, di conseguenza, sporcare i personaggi. Al più, la massima va letta come un monito, un impegno che deve assumersi il professionista nel confezionare la perfetta riuscita dell’opera.
Un risultato che è possibile raggiungere solo affrancandosi dal proprio ego.
Una volta che si è riusciti ad attuare questa scissione (riproduzione di un sé altro da sé e non una proiezione) non scorgo alcuna ragione per cui un autore, sia esso scrittore, pittore, scultore, litografo, attore o altro, debba tenersi alla larga dal contatto (umano) col pubblico.
Semmai i followers, gli ammiratori, i seguaci, gli adepti devono prendere coscienza che il loro beniamino non è il Caio o il Sempronio frutto della sua immaginazione/creatività, ma sono due persone del tutto diverse che raramente combaciano in carattere e modo di pensare.
Perciò se Furio, Mimmo, Armando, Sergio, Rolando, Gregorio, Gilberto mi stanno simpatici, Carlo Verdone può starmi altrettanto simpatico ma anche assolutamente antipatico.
E non è detto che perché amo alla follia la compagnia bella che lo precede o che in essi mi riconosco debba andare per forza d’accordo con il loro demiurgo, perché anche quest’ultimo è fatto di pelle, muscoli, organi ed ossa. Non è affatto immortale, non è etereo. Non è immune dalle impurità dell’essere umano, non è perfetto.
È un’aggregazione di errori.
Se sbagli, quindi, perché osannarti?
Scena finale tratta da Bianco, Rosso e Verdone (1981)
21.01.2026
² Limiti riconosciuti da una esigua percentuale di individui
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"Ma quante facce hai?"
"Quelle che mi servono".
(Diabolik alla piccola Myria in La corte dei miracoli, albo del marzo dell'anno 2000)
19.01.2026
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La locandina del film Io, loro e Lara (2010)
In questi giorni mi sono messa a scorrere i post precedenti raggruppati in questo blog e mi sono ritrovata sotto gli occhi quello relativo ad un laboratorio di scrittura che frequentai anni fa.
A rileggerlo non ci ho capito nulla, nel senso che la maggior parte delle volte quando scrivo occorre anche a me del tempo per metabolizzare quanto ho scritto. Non che non sia d’accordo col contenuto di quell’articolo, anzi. Più passa il tempo e più mi convinco che tutto quello che ci era stato svelato in quel laboratorio fosse vero.
La letteratura non ha bisogno di lasciare – o lanciare – dei messaggi. Si scrive perché si ha voglia e urgenza di scrivere, punto. I libri non sono dei postini che ti vengono a recapitare una raccomandata, un telegramma o un biglietto di auguri (o una multa). Chi usa o concepisce i libri come un mezzo per consegnare messaggi è un cattivo autore. D’altra parte, chi auspica che un romanzo o un racconto possa recapitargli un messaggio è un cattivo lettore.
I libri rispecchiano la realtà, fanno sorgere domande, incitano ad interrogarci sul mondo che ci circonda, aiutano a scavare dentro di noi e a guardarci dentro per scoprirci e scoprire tutto ciò che è intorno a noi e vive con noi, ma non sono ambasciatori di consigli, raccomandazioni, informazioni o ammonimenti. A meno che non si lavori ad un saggio, ad un testo filosofico, politico, scientifico o ad una determinata branca finalizzata all’approfondimento e allo studio di una materia.
Ci sono libri che lasciano un segno a distanza di parecchi anni e libri che, terminata la lettura, tempo due settimane e già li hai dimenticati. Hai dimenticato la storia, il plot narrativo.
Secondo voi, questi ultimi sono da considerarsi buoni libri? Perché i classici li ricordiamo e i romanzi contemporanei (non tutti eh) già ce li siamo belli e scordati?
Il 2025 è stato un anno gramo in termini di buone letture (per la sottoscritta, intendo). E ho paura che più andiamo avanti e più i buoni romanzi dovremo stanarli con il lanternino, oppure reperirli nei mercatini dell’usato.
Forse è una mia impressione ma un’altra sensazione che non riesco a scrollarmi di dosso è che (quasi) tutti i libri non raccontino la storia/vita del personaggio o del/i protagonista/i, ma siano dei “messaggeri” di uno o più avvenimenti che si sono verificati (o che si verificano) nel corso della vita del loro autore o della loro autrice; in pratica è come se fossero delle maschere (filtri) che vengono usate per raccontare – in maniera molto molto larvata – episodi (o desideri) della mano di chi scrive approfittando della finzione. Badate bene perché l’artifizio è molto sottile tanto da immedesimarsi con la trama e confondere il lettore.
È un inganno. Nel calderone del romanzo ci sono le paure, i sogni, le esperienze, i ricordi, gli incontri, le passioni, i dolori, le lussurie, i cattivi – o buoni – propositi di colui o colei che scrive la storia.
In tema di “cattivi propositi” o “cattivi pensieri” proprio mentre ne sto scrivendo mi è balenato in mente una lezione di diritto penale tenuta anni fa dall’allora ottimo, e purtroppo deceduto, Professor Angelo Carmona il quale disse una cosa che mi lasciò molto turbata: “Tutti noi abbiamo la capacità di delinquere, solo che in alcuni di noi è profondamente latente in altri è manifesta”.
Come a dire che il male è qualcosa di cui siamo dotati in natura, è dentro di noi a prescindere; l’intelligenza di un individuo consiste di tenere bene a bada la mostruosa creatura nei profondi recessi della coscienza da quando nasce a quando muore, senza arrecare danni a sé o ai suoi simili.
Essendo quindi ogni essere umano dotato di istinti, è naturale che anche gli scrittori soffrano della spinta di questi “cattivi pensieri” che non porrebbero mai in essere ma da cui, tuttavia, sono tentati e lambiti.
È qui che entrano in gioco le “maschere” travestiti da incubi, perversioni e peccati.
A me vengono in mente tanti autori – anche fumettisti, disegnatori, sceneggiatori, vignettisti eccetera – che “cadono nel tranello”; alcuni di loro lo hanno espressamente dichiarato, altri ne hanno accennato e poi hanno fatto finta di dimenticarsene, da ultimo ci sono quelli top secret che molto probabilmente, e aggiungo inconsciamente perché non se ne rendono conto neanche loro, dicono di non essere Pinocchio ma sono più Pinocchio dello stesso Pinocchio.
Rammento di aver letto una massima (ma ora non mi sovviene chi l’abbia scritta) che recita pressappoco così “si lascia sempre un po’ di sé nella scrittura”. È vero. È difficile discostarsi da chi o cosa si è realmente, vuoi o non vuoi quando scrivi fai venire sempre fuori qualcosa di te e del tuo vissuto così come le aspirazioni, i bisogni e i desideri.
Quel laboratorio di scrittura serviva a uscire dal bordo, a non incaponirsi a circolare sempre nel recinto del gregge perché quello che conta e contava – e che quindi va raccontato – era dall’altra parte della staccionata. Il libro (perfetto) è quello che non ha mai finito di dire quello che ha da dire, dove c’è ancora tanto da scavare, guardare e riflettere (e, di rimando, riflettersi) e di cui sei in grado di ricordare ogni cosa. Sono come i film d’autore e le canzoni dei grandi interpreti (di cui ricordi ogni strofa e quando le risenti te le ritrovi a cantare mentre le ascolti).
Ed è così che arriviamo a spendere due parole per Carlo Verdone, continuando a tenere a mente l’aspetto precipuo della narrazione.
Lui come persona, in quanto Carlo, non mi piace. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo né di scambiarci due parole per un’intervista. Nulla toglie che sarà pure una brava persona, uno di quelli che fa beneficenza senza sbandierarlo ai quattro venti come faceva Totò o si prodiga in altre buone azioni, ma a me non piace. Non mi piace perché mi sa di finto. Lo vedo troppo impostato, troppo imbalsamato, troppo tirato, troppo vanesio.
Carlo Verdone è tutto “troppo”, (non) come i suoi film. La differenza è che le sue pellicole mi piacciono tantissimo, la tv la guardo solo se nel fastidioso gesto di prendere il telecomando e fare zapping acchiappo una delle sue opere cinematografiche. Le guardo con piacere anche se vengono messe in onda più volte e non mi vengono mai a noia. Subisco una sorta di metamorfosi e divento come gli appassionati di Andrea Camilleri che, per quanto la Rai si ostini a riproporre ogni anno sui palinsesti sia d’inverno che d’estate tutti gli episodi di Montalbano fino alla nausea, gli “ingordi” se li guardano sempre.
Ecco, io sono un’ingorda di Carlo Verdone. Mi correggo: sono una vorace dei personaggi di Carlo Verdone.
Alcune scene tratte dal film Gallo Cedrone (1998) di Carlo Verdone
Ovviamente l’artista ha i suoi adulatori e detrattori; a questi ultimi non solo il regista e attore romano sta antipatico ma, proprio per via dell’antipatia che nutrono nei suoi confronti, non guardano neanche i suoi film.
Questa cosa in realtà non riguarda solo lui, è un vizio che si ha con tutti quelli che non ci stanno tanto a genio (“non mi piace quindi non me lo guardo”, “non lo ascolto” se si tratta di un cantante, “non lo seguo” se si tratta di un politico, un presentatore o altro, “non lo leggo” se si tratta di uno scrittore) ed è una pessima propensione, un brutto pregiudizio, una cattiva abitudine quella di innalzare un muro prima ancora di scoprire cosa fa, cosa dice, cosa scrive, cosa canta, cosa disegna e di cosa si occupa quella persona.
L’esempio ve l’ho appena illustrato.
Carlo Verdone in quanto persona a me sta proprio sullo stomaco (avete mai visto una sua ospitata da Maria De Filippi quando si trova a dover giudicare gli aspiranti cantanti? A me è capitato di vedere una puntata dove era stato chiamato a fare il giudice di canto: quattro gatti doveva vagliare, giusto quattro perché gli altri erano stati lasciati al giudizio di un altro genio del canto, e sempre le stesse cose ha detto a ‘sti poveri ragazzi, senza sforzarsi più di tanto o usare un po’ di fantasia nei giudizi. A Carle’, e mettece ‘n po’ de brio pe’ da’ ‘n po’ de coraggio a ‘sti giovani! Ve riempite tanto ‘a bocca quanno parlate de da’ sostegno alle nuove generazioni e poi stai lì come uno stoccafisso senza far finta di nascondere che nun te ne ‘mporta gnente del programma¹) ma i suoi personaggi sono fantastici. Li adoro. Tutti i personaggi.
Perché sono reali. Veri. Paradossalmente molto più veri del loro autore il quale, fuori dallo schermo, porta avanti una recita.
È solo una mia impressione questa, non prendete le mie parole come oro colato (non bisogna mai prendere nessuna opinione come verità assoluta, ma come “piccole verità” o “verità parziali”), come afferma Donato Carrisi nel romanzo di recente pubblicazione e in testa alle classifiche dei libri, La bugia dell’orchidea “[…] i segreti hanno una funzione, ci servono per sorreggere la benevola apparenza che ci siamo cuciti addosso, che altrimenti si disferebbe lasciandoci nudi ed esposti. Non c’è individuo tanto integro, onesto, oppure tanto puro da poter fare a meno di qualche segreto per sostenere l’immagine positiva di sé che ha creato a beneficio degli altri”.
Ognuno di noi ha un segreto. Brutto o bello. E ognuno di noi dispone di maschere di cui fa abuso nei rapporti sociali. Ebbene, se siamo tutti circondati da maschere, prigionieri di costumi e battute da copione, come facciamo a capire dove sta la verità? Se tutti mentono allora anche la verità parziale che appartiene al singolo individuo (di cui è portatore) è da considerarsi fasulla, e quindi ciò con cui abbiamo a che fare non è una verità ma una menzogna?
(continua)
19.01.2026
¹ Per chi non se ne fosse accorto, lo aveva scritto in faccia a caratteri cubitali.