Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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È arrivato il momento di affrontare un discorso molto serio. Io per prima non so se ce la farò, e non solo perché mi viene sempre da buttare tutto in caciara – la colpa non è mia ma dei delinquenti che abitano dentro questa testa – ma soprattutto perché un conto è scrivere certe cose, un altro è dar voce alle parole per bocca. Le parole, si sa, sono pericolose ed è facile essere fraintesi.
Il problema – ed è un vero problema, credetemi – è questo: non si può dire più nulla. La democrazia in questo Paese è finita da un pezzo e questo non tanto perché, prima che ci mettano il bavaglio, tutti si sentono in diritto di dire tutto (cosa buona e giusta) ma se prima che io apra bocca per esprimere la mia opinione vengo taciuta in malo modo perché l’altro ha già statuito che ha ragione senza ascoltare quello che ho da dire oppure per il piacere di fare della polemica, questo no, è cosa cattiva e ingiusta.
Ho aperto questo blog (diario, mondezzaio, pensatoio, contenitore di fantasie e pensieri sparsi senza capo né coda, scemenzatoio, definitelo come volete) per parlare di libri e di tutto ciò che verte attorno al mondo della letteratura; poi come si è finiti a parlare di cantanti, e in taluni casi anche di attori, vallo a sapere (Damiano David è un figo).
Questa volta faccio un’eccezione, che poi tanto eccezione non è perché il “fattaccio” riguarda uno scrittore, ma uno scrittore molto particolare al quale, mi duole dirlo (liberi di crederci o non crederci), devo dare l’appellativo de l’Innominato. E questo perché, appunto, anche solo nominarlo provoca una frattura relazionale nella razza umana, una vera e propria spaccatura politica che delinea, in maniera netta e marcata, la contrapposizione tra le due fazioni opposte, come se l’autore in questione incarnasse la Quintessenza, il quid di questa divisione (politica), tant’è che sempre più spesso mi viene il dubbio se questo autore debba più classificarlo come scrittore/giornalista d’inchiesta, oppure come un politico o un’Istituzione.
Il discorso, come dicevo prima, non è facile. Già chiamarlo l’Innominato per qualcuno (anzi per molti di voi) potrà sembrare un’offesa o un insulto nei confronti dello scrittore, specialmente per chi è suo appassionatissimo fan e lo segue ovunque (un po’ come la scrivente col Principe che sta sempre in mezzo come il prezzemolo nella cucina e sempre casini mi fa combinare per difenderlo a spada tratta. Fino a qui 0-0, palla al centro n.d.a.).
Tengo a precisare che non ho nulla contro questo autore per il quale, tra parentesi (parlo come se lo dicessi a voce e non battendo su una tastiera), in passato nutrivo una grandissima stima e ammirazione e di cui acquistavo ogni suo libro. Ma, come dice il mio caro consorte – al quale piace ripercorre il pensiero del filosofo di Efeso, Eraclito –, panta rei ovvero tutto scorre; e siccome tutto passa a me, col tempo, è passata la voglia di seguirlo e con essa è andata a farsi friggere pure l’ammirazione per questo scrittore d’inchiesta.
Quello che non è andato a farsi benedire è il rispetto, perché se questa persona non è più di mio gradimento ciò non toglie che io debba mandarlo affancina solo perché non mi piacciono certi suoi atteggiamenti, il suo modo di porsi alla gente e di esagerare nell’esporre gli argomenti di cui è solito discorrere e a cui si deve la sua notorietà (stavo per scrivere successo, poi ci ho ripensato perché, per il rispetto che ho nei suoi riguardi, non penso che con la vita che conduce, che lo priva di alcune libertà fondamentali nonché di alcuni piaceri, possa definirsi un uomo di successo).
Come si è giunti a questo cambio di rotta nei confronti di costui? All’inizio tramite alcune avvisaglie che molti anni più tardi, in occasione del Salone del Libro di Torino a cui la sottoscritta partecipò, si trasformarono in certezze attraverso quegli strumenti molto utili e attendibili che sono i dettagli.
Mo’ non mi fate ripetere sempre le stesse cose ché qua il discorso già è lungo e rognoso, ma quante volte ve lo devo dire che dovete prestare attenzione ai dettagli? Va bene che la favella è un abito molto seducente e c’è gente a cui il vestito calza benissimo – e lo porta benissimo – come se ci fosse nato ma, come dice il proverbio, l’abito non fa il monaco!
(Damiano David è un figo, n.d.a.).
Dicevo, tutto è partito da un commento su una pagina social in cui vanno per la maggiore apprezzamenti positivi nei riguardi dell’artefice del “fattaccio”. Trattandosi però pur sempre di un social può capitare che qualche personaggio che passa da quelle parti uno scivolone lo faccia, e che lo possa fare anche la sottoscritta. Quando e se ciò avviene (lo dico apertamente perché non ho paura di dire la verità e mi sono sempre assunta le mie responsabilità per ciò che ho detto o fatto) avviene perché, ad un certo punto, ne ho piene le scatole¹.
Si parlava dunque del modo di fare, di porsi, di presentarsi, di dire le cose (e di argomentare anche di fatti brutti presenti in ogni regione di Italia ma anche all’estero), e di quanto certe persone – non solo la penna che si occupa di inchieste – sono aduse ad avere parametri diversi nel loro modo di atteggiarsi e di esprimersi in relazione a certi argomenti o a certi usi. È successo che, nonostante avessi sottolineato la mia intenzione di non voler parlare male delle persone, nel paragone con l’artefice del “fattaccio” (alias Il Principe) mi è scappato di dire che l’autore di inchieste andrebbe bandito.
È un verbo molto forte, lo riconosco, a mente lucida mi rendo conto che avrei dovuto esprimermi diversamente. Mi sono chiesta perché avessi usato quel vocabolo, e ho provato a darmi una spiegazione che riassumo, grossomodo, così.
Quando decido di compiere una scelta e di porre in essere un’azione, se quella scelta comporta dei rischi che possano mettere in serio pericolo la mia incolumità e quella di chi mi circonda, non posso poi portare avanti il ruolo di vittima e così perseverando nel comportamento fino alla fine dei giorni. La vita ci porta a fare delle scelte: se non mi va di star zitto di fronte a certe cose e decido coscienziosamente di denunciare lo schifo, vuol dire che sono cosciente delle conseguenze a cui vado incontro, non devo stare a puntualizzare i sacrifici e le limitazioni a cui sono sottoposto ogni volta con le parole e con gli atteggiamenti in ogni luogo, in ogni libro, in ogni social, in ogni programma tv e in ogni dove, altrimenti il soggetto (esterno) che mi guarda e che mi ascolta (e che quindi non vive con me in casa e che ignora tante cose) potrebbe pensare “ok, hai denunciato e hai fatto bene (dovremmo farlo tutti veramente, non girarci dall’altro lato facendo finta che vada sempre tutto bene, n.d.a.) ma ora perché questo atteggiamento da vittima? La tua azione di denuncia già connota il coraggio che serve per cambiare, hai dimostrato che sei una persona impavida e che hai gli attributi, tanto di cappello, ma ora cosa vuoi di più? Essere commiserato? Ricevere un apprezzamento ancora maggiore rispetto all’apporto che hai già dato e stai dando alla società? Essere esaltato perché tu hai avuto l’audacia di denunciare e un altro no (e quindi è un fesso)? Perché tutta questa esagerazione, non ti bastano i riflettori che hai puntati addosso? Stai facendo egregiamente il tuo lavoro, perché stai sempre lì a puntare il dito e a polemizzare su ogni cosa e su ogni persona e a vedere sempre tutto nero, sebbene è quello che ti porta a fare il tuo mestiere?”
Badate bene: non sto né attaccando, né criticando, né offendendo lo scrittore in questione, sto muovendo un’osservazione sulla base di quello che ho ascoltato, ho visto ed ho osservato in questi anni. L’ “attacco”, che gran parte delle persone si diverte a svolgere nei confronti di chiunque, è sempre diretto nei riguardi del soggetto; la mia osservazione si concentra sugli atteggiamenti di questo scrittore/giornalista (che, a lungo andare, si rivelano fastidiosi e caricaturali), e non sul soggetto in quanto uomo (che ritengo dotato di grande intelligenza)².
Accade dunque che un personaggio che, come dicevo prima, si è trovato a passare da quelle parti riversa la sua enfasi nei confronti del commento rilasciato dalla sottoscritta scrivendo “Ah, ora ho capito per chi voti”. L’ho spento subito – come accade sempre quando mi trovo a caz******** sui social, cosa che accade raramente visto che li frequento molto poco – perché non è nelle mie abitudini fare polemica o prendere a male parole la gente. Non a caso interrompo sempre le catene, pure con i gruppi whatsapp.
Ma la circostanza mi ha fatto riflettere perché ho pensato che quando si punta il dito lo si punta sempre contro la persona e contro il suo pensiero e mai sui fatti, gesti, atteggiamenti che sono tipici della persona e che la rivelano per quella che è realmente (credibilità del soggetto, aderenza della pronuncia al linguaggio del corpo).
È un po’ quello che è successo ad Alessandro Gassmann qualche settimana fa, che ha commentato sui social l’abbigliamento scelto da Tony Effe con questo post: “Mi spiegate cosa è successo? Attraverso quale procedimento si è arrivati a questo? Solo risposte tecniche” (per Alessandro: vorrei saperlo pure io, se qualcuno lo spiega pure a me per piacere).
(Damiano David è un figo, n.d.a).
L’ attacco social non è tardato a farsi sentire, e difatti qualcuno ha fatto notare all’attore e regista cose del tipo “Fai il progressista part time”, “Ma tu non difendevi tutte le libertà?”, ecc.
Permettetemi di dire che ho molto apprezzato la risposta di Gassmann³ che è scaturita dal confronto, il quale non solo ha fatto mea culpa, ma si è reso conto – e lo ha ammesso pubblicamente – di quale e quanta responsabilità ha un personaggio pubblico nei confronti dei suoi beniamini e non. Aggiungo, sarebbe opportuno che lo facessero anche gli altri suoi colleghi ma… come si dice?... non siamo tutti uguali e quindi uno fa come si sente di fare, purché non esageri.
Prima di mettere un punto a ‘sta specie di articolo volevo chiudere riprendendone la premessa: nel mondo contemporaneo siamo in tanti a comunicare⁴, anzi mi correggo perché pure qua fingiamo di comunicare ma in realtà offendiamo e attacchiamo, e proprio perché parte subito l’insulto – figlio del pregiudizio e dell’ignoranza – alcuni (non tutti) siamo prevenuti nel dire le cose, oppure si tace perché tanto non c’è più nessuno che ascolta, e se ascolta è per parlarti sopra e per emettere giudizi prima ancora che l’altro apra bocca. Dov’è dunque la democrazia? Non ce la prendiamo sempre col Governo se i primi killer della democrazia siamo noi. Mahatma Gandhi affermava: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
Una frase che raccoglie il senso di tutto questo popò di post.
E comunque Damiano David è un figo.⁵
¹ Fermo restando che quando e se ciò avviene, esprimo il mio pensiero senza polemizzare e senza creare scontri oppure offendere.
² Quanto espresso è frutto di un’opinione dell’autrice, per nulla tendenziosa ad influenzare o a far cambiare il parere e le scelte del pubblico nei confronti dello scrittore.
³ “Scrivo qualcosa su questo social e, con gioia scopro che è stato più letto di un articolo del giornale più letto nel Paese. Questo mi fa riflettere sulla responsabilità che un personaggio pubblico come me, deve sempre ricordare di avere prima di scrivere qualcosa. Prometto che rifletterò tanto prima di esprimermi, più di quanto abbia fatto fino ad oggi. Comunque grazie per l’attenzione”.
⁴Scriversi, scriversi sempre, scrivere a tutti, anche senza più nulla da dire di Ester Viola su Il Foglio.
⁵ Ahò, hai rotto er… (biiip)!
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Buongiorno (o buonasera, dipende da che ora leggete questo articolo) a tutti, a chi c’è e a chi non c’è.
Oggi parleremo di… sesso! O di porno (chiamatelo un po’ come ve pare).
Beh, che c’è di male? È una cosa normale, naturale, connaturata ad ogni essere – umano e vegetale – che si trova a dover campare (purtroppo!) su questo pianeta. A tal proposito mi domando… ma sulla Luna, su Marte, su Mercurio fanno sesso? Chissà. Bah! Penso che dove c’è vita c’è amore, e se c’è amore c’è pure sesso. O no? Bah!
Altro dubbio, altra domanda: ma sesso e amore sono la stessa cosa?
Pure qui il discorso è complesso, e dipende da come un soggetto concepisce i due concetti. Chi scrive ha sempre avuto questa concezione: l’amore è un sentimento bellissimo, il sentimento più grande e potente che investe un individuo, è misterioso (e affascinante proprio perché tale), generoso (perché posso rivolgerlo a chiunque nelle forme più svariate), in alcuni casi anche salvifico e in altri devastante. Può creare ma anche distruggere. Questa dicotomia che lo caratterizza lo rende “desiderabile”¹ agli occhi di qualsiasi persona.
Soffermiamoci sul suo potere creativo, e lasciamo per una volta da parte il potere distruttivo.
Proprio perché è in grado di generare frutti (e pure qui lasciamo perdere i frutti avariati, il mondo è bello pure perché è avariato), il sesso non è altro che una espressione manifesta e concreta del sentimento che unisce due individui. Una conseguenza dell’amore. Insomma la pratica. Non a caso si dice “fare l’amore”.
Il sesso puro (insomma, puro… mo’ mi dovete spiega’ se esiste il sesso puro come ho osato definirlo in questo momento), spogliato dal phatos dell’eros, è solo “meccanica”, un’accozzaglia di movimenti, posizioni (e ditelo che siete degli esperti del Kamasutra!²), rituali, mosse e contromosse che non hanno nulla a che fare col coinvolgimento emotivo proprio dell’amore (cioè, coinvolti siete pure coinvolti ma non nel senso “spirituale”; è più un incontro di carne che di sensi).
E va bene, come al solito mi sono lasciata prendere la mano e mi sono dilungata sul filosofeggio del sesso e dell’amore invece dell’argomento che vi avevo promesso avrei trattato. Deformazione scolastica-culturale-istruttiva-personale, che ci volete fare. Facciamo dietrofront e ripartiamo.
Dicevamo… il porno (ooooh, e adesso cominciamo a ragionare, come diceva Totò davanti a un enorme piatto di spaghetti in Il coraggio)³.
Allora? Chi si offre volontario per raccontarci le sue avventure sessuali? Io no di certo.
E perché io no e voi sì? E perché tu no e io sì? E perché noi sì e tu no? E perché noi no e voi sì?
E perché deve farlo Teresa sulla vespa e non Filomena sull’altalena?
Ma perché Adriano sul divano e Maria Addolorata attende l’ammucchiata?
Sarà per questo che Nicoletta si è messa in tiro… perché mette le corna al marito!
È inutile puntare il dito su Beatrice se pure tu sei peccatrice…
Oh Alfre’ non fare il cascamorto, non sei l’unico che ce l’ha là sotto!
“Io? Io sono sempre stata una ragazza timida. Timida e semplicissima” dice Camilla.
“Ma se non fai altro che stare nuda dalla mattina alla sera!” controbatte Serena.
“È vero! L’ho vista pure io che passava davanti alla finestra della cucina” aggiunge Federico Lucia.
“A pervertitoooo!” sopravviene Livio “ma statte zitto che tu sei quello che fa più schifo!”
Chi può dire, in fin dei conti, di essere Santo oppure Peccatore? Siete tutti convinti di essere Angeli con un’ala soltanto e che possiamo volare solo restando abbracciati? ⁴
Per la cronaca: abbracciare state abbracciati, ve vedo da qua, e vedo pure che state a fa’ le zozzerie (oltre ad andarvene in giro senza mutande sotto i vestiti), quindi è inutile che fate i puritani (con le parole e con i Movimenti) tanto le vostre azioni – ed omissioni – sono sotto gli occhi di tutti (e ve piace pure esse guardati e godere del piacere che suscitate). Dobbiamo ritornare al solito discorso da ipocriti per parlare degli ipocriti? Mi sono ripromessa di non toccare più l’argomento, ce ne sarebbero tanti di argomenti da trattare, come l’ultima ribellione degli studenti di non sostenere l’esame orale alla maturità.
Io un’idea me la sono fatta, ma non ve la dico. Buuuuuuu!!!!!! Così la smettete di criticare e di fare polemica ché ne ho piene le tasche, la tivù, il cervello, i social, il portafoglio e i gruppi whatsapp (e mannaggia alla cacca e alla cacca di chi l’ha inventata questa stregoneria dei gruppi whatsapp).
Storia, storiella! Giunti sino a qui è d’obbligo.
Secondo anno del liceo (almeno me pare, ultimamente mi dimentico di prendere la pillola per l’Alzheimer).
Giorno di interrogazione. La prof di italiano chiama un gruppo di tre/quattro alunni e li fa disporre intorno alla sua scrivania per valutare le loro capacità di comprensione e di analisi del testo de I Promessi Sposi. Quel giorno l’interrogazione verte sul personaggio della monaca di Monza. Inutile dire che nel gruppetto c’è lo studente che eccelle, quello meno eccellente e quello così così. Tra di essi è presente anche l’eccezione, ovvero l’alunno che ha studiato, ci si è messo di impegno, ha spremuto le sue meningi (pure perché era molto preso dalla bella Gertrude) ma che non riesce a far comprendere alla prof il sacrificio a cui si è sottoposto. Digressione: l’alunno in questione, da qualche settimana, aveva ripreso il suo percorso di studi stando fisicamente presente in classe, per quasi un mese infatti aveva dovuto assentarsi dall’istituto per recarsi in ospedale a causa di una operazione alla tibia che si era rotta saltellando come uno scemo su una panchina – in pietra – del parco.
Immaginate dunque questo poveretto in nosocomio (fermo e a letto) con il testo di Manzoni e alle prese con le turbe emotive e ormonali con Suor Gertrude. Poi non mi venite a dire che il suo non è stato un vero supplizio!
E infatti quando si trovò ad essere interrogato dalla professoressa di italiano e non riuscì a dare la risposta corretta alla domanda si spazientì e, istigato dall’atteggiamento (bonario) dell’insegnante che continuava a rimproverarlo per non aver studiato, si vide costretto a risponderle “Uffaaaa professore’! Ma non è vero! Io la monaca di Monza me la sono fatta in ospedale…”
Panico. Silenzio. Sguardi attoniti tra i banchi, fiato sospeso, incredulità. Stessa espressione basita sul viso della prof che, con le braccia e le mani aggrappata ai bordi della scrivania – quasi avesse paura di cadere dalla banchina di rialzo dove poggiava il suo banco – si volta in direzione dell’alunno e con gli occhi di fuori gli domanda: “Me la sono fatta?????”
Lo studente monello (e non modello, attenzione), resosi conto della gaffe, provò a rettificare la sua lamentela e disse “Nel senso che l’ho studiata quando stavo in ospedale”
Inutile riportare i commenti e le risate che seguirono, soprattutto di fronte ad osservazioni del tipo “E a quanto pare te la sei studiata bene in ospedale” e altro che mi astengo dal trascrivere.
Altra situation comedy (porno).
Un pomeriggio qualunque d’inverno, dopo i compiti. Uscita con le amiche e incontro con gli amici di sempre delle sere dei fine week end. Anche qui devo precisare che tra gli amici si nasconde l’ “intruso”, nel senso che non è proprio un amico ma qualcosa di più (o almeno lo è per una delle due fazioni che vede contrapposti femmine contro maschi).
Gioventù di allora: non c’erano cellulari, non c’erano social, internet veniva usato saltuariamente solo dagli adulti a lavoro e mai a casa, non c’erano i reality, non c’erano gli horror show, insomma tagliamo corto non c’erano tutte ‘ste sfilate in tv, sulle riviste e nel mondo virtuale dove io so io e te tocca sentimme e guardamme solo a me perché solo io capisco, so più bravo de tutti, so io il tuttologo e tu no, e non c’era manco il sesso virtuale, artificiale o demenziale ragion per cui, non avendo una mazza da fare – almeno fintanto che si era single perché poi, una volta accoppiati, c’era di che da darsi da fare – toccava mettersi d’impegno per far passare il tempo. E qual era questa bella trovata? Giocare a carte (ai tempi nostri era Natale tutto l’anno, riempivamo infatti il vuoto delle scopatine con lo scopone. Ed eccallà la battuta cretina, poteva mai mancare? n.d.a.).
Si faceva così: si cercava un angolino per stare al riparo dal freddo, una panchina, una scalinata, una saracinesca abbassata di un negozio, qualcosa che impedisse alle raffiche di vento di farci tornare a casa col raffreddore ed evitarci la puntura della stagione, poi si apparecchiavano le carte, ci si disponeva in cerchio quel tanto che si poteva fare e i maschietti cominciavano a giocare mentre le femminucce facevano da spettatrici (per chi avesse voluto era concesso pure tifare).
Adesso, però, devo dire una cosa brutta. I ragazzi di allora, vista l’età (16, 17 e, in limitati casi, 18 anni) essendo nullatenenti – pure quelli di oggi so nullatenenti ma almeno, ai miei tempi, si faceva finta oggi si è nullatenenti per davvero – fingevano di essere, al contrario, detentori di ricchezze, che so… immobili, negozi, macchine, poderi, pertanto quando giocavano si giocavano questo “patrimonio”. Il patrimonio non era un patrimonio di loro proprietà, ma era la locanda di Tizio, il bar di Caio, la macchina di Sempronio ecc. Per esempio, mio nonno aveva un’enoteca, un’attività commerciale molto conosciuta in paese tra persone anziane e giovani, e per questo il suo nome era molto rinomato (soprattutto tra gli spiriti “alcolici”, pure questa altra battuta di spirito, ah! ah! ah! n.d.a.). Un pomeriggio di dolce far niente, gira che ti rigira, cos’è che si mettono a giocare questi ragazzacci? L’enoteca di mio nonno, ecco cosa si mettono a giocare! E quando avevano finito la posta in gioco, sapete cosa facevano? Si giocavano a noi donne, ecco cosa facevano! È o non è una cosa brutta questa, pure se pe’ finta?⁵
Ricordo che una volta M. stava perdendo al gioco, e tra gli sghignazzi del suo avversario e i dileggi (sempre bonari) di noi ragazze, ridendo e scherzando se ne esce rivolgendosi a me con un “Ma che cavolo ti ridi? Lo vuoi capire che mi sono appena giocato la Lancia Tema e che non ti posso più portare nella macchina con i sedili ribaltabili chiedendoti T n tema?”⁶
E giù altre risate e di questo passo fino all’ora in cui dovevamo rientrare a casa per la cena.
Il “porno” si esaurisce qui.
Ci sarebbero altri aneddoti da raccontare, ma il porno contenuto in questo post non reggerebbe mai il paragone con la pornografia a cui siamo soggetti tutti i giorni e dalla quale, a lungo andare e ammesso di non essere già assuefatti, diventeremo tutti dei soggetti passivi.
Ci si duole ogni giorno di stare andando alla deriva, quando è da un pezzo che siamo arrivati alla deriva senza neanche accorgercene e, cosa ancora peggiore, di sentirsi tutti capitani di una nave dove al timone non è rimasto più nessuno.
(Non c’entra un ciufolo ma visto che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, e di passione, sesso e persone che fanno sangue si è parlato, Damiano David è un figo).
¹ Inteso come uno status a cui si aspira o verso cui ci si sente attratti
² Che poi il Kamasutra è l’Ars Amatoria vera e propria, a dispetto di chi crede e vede solo congiungimenti carnali
³ Il coraggio, pellicola di Domenico Paolella del 1955 con Totò e Gino Cervi
⁴ Siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati, pensiero poetico di Luciano De Crescenzo.
⁵ In tutta onestà la sottoscritta era l’esclusa dal “patrimonio” rispetto a tutte le altre compagne e la cerchia di ragazze, e non perché non fosse apprezzata fisicamente. Ma di questo ne parlerò in forma romanzata in un altro capitolo della favola de Il Principe.
⁶ “Conio” del dialetto pugliese “T n te?”, che in italiano significa “Ne hai voglia?”
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Per quanto ci si sforzi, non esiste niente di più dissimile al mondo di un uomo e una donna. L’argomento è stato più volte oggetto di dibattito sociale, scientifico, antropologico, psicologico e matematico, come se il rapporto di coppia fosse frutto di un calcolo, che necessita di un’analisi in laboratorio per scoprire la formula esatta dell’alchimia tra due sessi opposti.
Messa così, sembrerebbe più una sintesi (banale) dell’amore ma… possibile che l’amore sia diventato un argomento così ridicolo? Per Claudia D’Angelo sì. continua a leggere