Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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C'è chi ha l'autotune.
E poi ci sono io, che ho l'autocritica.
(Charlie)
PS: I bambini presenti nelle foto sono tutte foto della sottoscritta liberamente reperibili sul web
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Ebbene, fermo restando che è brutto, bruttissimo, definire “quelli di sinistra” chi appoggia la scuola di pensiero del PD (nel corso del post vedrò di trovare un'altra nomenclatura per gli “intellettuali”), veniamo al capo del problema (o vizio).
Gli intellettuali si reputano persone colte, in grado solo loro di comprendere il mondo, di sapere come funziona (o come deve funzionare), di essere persone sensibili e caritatevoli verso il prossimo, di essere buonisti e di saper accettare il pensiero altrui.
Niente di più sbagliato.
In tanti anni di vita non ho mai conosciuto “uno di sinistra” che sapesse accettare il mio pensiero, o quello altrui, senza criticarlo (in alcuni casi anche ad attaccarlo). Non mi riferisco solo ai politici, alla gente di spettacolo, ai giornalisti e altri personaggi, ma anche alle Istituzioni (librerie, case editrici, fondazioni, associazioni, università) che dovrebbero essere i sostenitori e gli artefici del libero pensiero. In molti – tanti – di essi ho riscontrato un atteggiamento di chiusura invece che di apertura.
Breve accenno su un aneddoto che mi successe in passato, ma che da allora mi ha fatto molto riflettere sul pensiero intellettuale di sinistra.
I miei studi ateniesi sono stati orientati sul diritto, ergo giocoforza nel lontano 2000 e passa (non vi dirò mai l’anno esatto sennò vi fate i conti per sapere quanti anni ho) conseguii la laurea in giurisprudenza. Non contenta, qualche anno dopo, fresca di abilitazione alla professione legale, decisi di iscrivermi alla facoltà di Lettere Moderne; pertanto iniziai a studiare per dare gli esami del primo anno di corso. Ora dovete sapere che la passione per le materie umanistiche l’ho sempre avuta e, in ragione di questo ardore, rifiutavo qualsiasi voto inferiore al 27/30 (considerazione stupida a ripensarci, ma questo mi incentivava a sfidarmi per dare il meglio).
Capitò che quando mi trovai a sostenere l’esame di linguistica al primo appello non andò bene (bene secondo il mio parere, perché il voto fu di 24/30) e quindi rifiutai. Il professore – per inciso: un nome importante negli ambienti di “alta cultura” che scrive anche su un quotidiano nazionale molto autorevole – si indispettì, così quando tornai all’appello successivo fece di tutto per rendermi ostico l’esame. Il voto si abbassò (21/30) ma, se avevo rifiutato quello dell’appello precedente, figuriamoci se non mi azzardai a rifiutare questo.
Fu questo azzardo la mia rovina, la mia sentenza di condanna, e farmi diventare, agli occhi del Professore, l’offesa, l’ignorante, l’inetta, la prepotente di turno.
«Signorina vedo che lei è un avvocato, mi spiega a cosa le serve un’altra laurea in lettere ma, soprattutto, questa sua caparbietà a rifiutare voti al di sotto del 27?» mi domandò ieratico mentre scrutava il mio documento di identità.
«Veda professore, il fatto è che ci tengo. Lo faccio per una questione personale… mi piace leggere e scrivere e vorrei approfondire i miei studi sulla lingua italiana e su tutto ciò che ruota attorno alla materia»
«Avrebbe dovuto iscriversi a Lettere classiche allora. Sta pensando per caso di voler abbandonare la carriera legale e darsi all’insegnamento?»
«No, non ho mai pensato di insegnare»
«E allora?»
Non seppi davvero cosa rispondergli, sorpresa che quel confronto stesse avvenendo con un professore di Lettere di una delle più prestigiose università d’Italia.
«Mi ascolti, lasci perdere. Tanto un lavoro già ce l’ha. E comunque, anche se volesse riprovarci al prossimo appello, il voto resta quello».³
Altro momento, altro contesto. Quando venne pubblicato il libro del generale Vannacci, Il mondo al contrario, alcune librerie si rifiutarono di metterlo in commercio e, in alcuni casi, anche di pubblicizzarlo. Per quanto trovi molto discutibile l’autore e il suo pensiero, questa decisione assunta da talune librerie (sottolineo librerie come biblioteche, tempio del libero pensiero e dimora della Cultura, almeno così dovrebbe essere) la trovai assolutamente antidemocratica.
A me non piace Tananai, ok? Trovo che non faccia buona musica, non comprendo i suoi testi, non lo definisco un artista (magari, come dicevo prima, domani cambio idea su di lui). Se gestissi un negozio di vinili, musicassette (esistono ancora le musicassette?), compact disc e, di punto in bianco, decidessi di non ordinare gli album del cantante milanese per impedirne l’acquisto al pubblico sulla base del mio gusto o di chissà quale altra considerazione personale, non starei rispettando le preferenze, il modo di essere, il pensiero, i principi, le abitudini di un’altra persona.
Contrastare la vendita di un prodotto, sia esso un libro, un cd, un fumetto, un quadro, una litografia (ma anche un dildo… ahhhhhhhh!, Eddai che sto scherzando! Ah! Ah! Manco tanto n.d.a.) ad un individuo che ha un metro di valutazione o un modo di concepire la realtà diverso dal mio, significa emarginarlo dalla società, non tenerlo in alcun modo in considerazione e atteggiarmi a despota costringendolo a conformare il suo pensiero sul mio codice di pensiero. Lederei, limitando, la sua libertà (quel bel vocabolo di cui si riempiono la bocca i soggetti che conosciamo, anzi che crediamo di conoscere perché si vestono di apparenza) impedendogli di essere sé stesso e manifestare le sue opinioni.
Sono anni che non esprimo il mio voto (male! Male assai! n.d.a.). È passato tanto di quel tempo che non ricordo neanche più dove ho riposto la mia tessera elettorale (male! Malissimo! n.d.a.), e questo perché tanto le “idee di destra” quanto “quelle di sinistra” non mi compiacciono in alcun modo.
Mentre i primi fanno ma fanno danno, i secondi chiacchierano vagheggiando di un mondo fantastico dove non esiste corruzione, mafia, guerre, povertà, diseguaglianze (beati loro che ci credono! Ma soprattutto beati loro che campano di certezze e che non si mettono mai in discussione né mettono in discussione le loro tesi! E bla bla bla,⁴ n.d.a.).
Un “vizio” che li contraddistingue da secoli dal partito avversario che è molto più pragmatico.
Ovvio che dissertare di politica richiede tempo, logica, precisione, approfondimento; non è con questo post che il discorso si esaurisce qui (pure perché semo tutti esauriti, n.d.a.).
Concludo con questa riflessione: ritengo che la Cultura non debba elevarsi, ma abbassarsi per accogliere nel suo grembo i frutti della Terra anche se marci, come fa una mamma col proprio bambino. Si piega sulle ginocchia per poterlo prendere in braccio e sollevarlo, stringerlo al petto, parlargli, rinfrancarlo, abbracciarlo. Anche se il bambino non ha un carattere docile, la mamma – una vera mamma – non lo abbandonerà mai per strada come un povero relitto.
«Ma insomma me lo dici sì o no per chi voti?»
Terminata la colazione ti stavo rincorrendo per le stanze e i corridoi di casa mentre indossavi la giacca e raccoglievi le tue cose per uscire. Sembravo una bimba petulante attaccata ai pantaloni del papà chiedendole di andare a fare una passeggiata per comprarle bambole e lecca lecca. Tu non rispondevi. E intanto ti tastavi le tasche della giacca e dei calzoni alla ricerca di qualcosa, tornavi indietro, raccoglievi le chiavi, la cartellina con i fogli, spiccioli dallo svuotatasche sistemato all’ingresso.
«Ohi?»
Luce, luce mia…
«Il PAT» rispondesti d’un tratto.
«Il PAT? E cos’è?»
«Il Partito dell’Acqua Tiepida. La cabina elettorale, a mio avviso, dovrebbe somigliare a una cabina per la doccia e avere due manopole» con una mano mi mettesti sotto gli occhi indice e medio «la prima con la scritta Egoismo e la seconda con la scritta Solidarietà. Dopodiché l’elettore valuta il movimento politico che sta vivendo e si regola di conseguenza. Se pensa che il suo governo, nei cinque anni in cui ha gestito il potere, abbia esagerato in Solidarietà, ovvero in pensioni, assistenza sanitaria, sussidi di disoccupazione o altro, gira la manopola di destra, altrimenti gira quella di sinistra, e tanto prova e riprova finché non vede uscire l’acqua giusta. Insomma, per dirla con Cleobulo: “Ottima è la misura”».⁵
(Fine terza parte)
³ Questo episodio, a differenza dell’intro, non è un romanzo o un racconto ma è la pura e semplice realtà di quanto accadde.
⁴ Ma siete proprio sicuri che quello che promulgate sia giusto e che possa costituire il benessere per la comunità?
⁵ Tratto da La distrazione di Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 2000.
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Dopo qualche minuto dalla pubblicazione di questo post mi sono accorta di aver fatto una gaffe.
Ne La distrazione di Luciano De Crescenzo, il Professor Bellavista è l'Alter Ego dell'autore. Bellavista di nome faceva Gennaro, ma o' Gennar del post nulla ha a che vedere con l'Esimio Intellettuale di cui mi diletto a discorrere.
Il post serve a rimarcare la mia spassionata adorazione per l'umorismo del popolo napoletano, e per i napoletani in generale.
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L'illustrazione è di Luciano De Crescenzo, tratta dal libro Luciano De Crescenzo disegnatore, catalogo della mostra al Nilo Museum Shop, Enciclopius Edizioni 2015
Trasformava il dolore in allegria. Il buio in luce. Le lacrime in brio.
Era vietato essere tristi. E non perché non soffrisse (ero sicura che soffrisse come un qualsiasi essere umano), ma era un campione a nasconderlo. Amava gente di ogni tipo, senza perdersi in distinzioni o raffronti; tanto era l’amore che gli esondava dal cuore che non ammetteva mestizia nel volto, nei gesti, nei cuori degli altri.
Mai, mai avevo pianto in venticinque anni accanto a lui. Non avevo pianto neanche il giorno in cui se ne andò, forse perché il vuoto che aveva lasciato era un buco talmente grande e profondo da risucchiarmi anche le lacrime, o perché non avevo avuto il tempo né il modo di adattarmi alla sua scomparsa, presa ad adeguarmi ad una nuova vita senza di lui.
Mi succede adesso, a sei anni dalla sua morte.
Mi sforzo di non farlo. Lo so che non vorresti, ma quelle lettere… le infinite lettere che ho trovato nel tuo studio, di cui quelle persone vengono a rendermene conto continuamente… forse dovrei cominciare dall’inizio. Ma quando è cominciato?
Anch’io ho sempre amato stare in mezzo alla gente, ridere, scherzare, divertirmi e far divertire gli altri. Mi piaceva amalgamarmi, omologarmi alla folla, fare parte dell’insieme. In questo modo pensavo di essere qualcuno, di rendermi importante per chi mi stava attorno, di farmi “una reputazione”, di far parte della cerchia.
Io ero quella che erano gli altri. Ero gli altri. Credevo che questo bastasse per guadagnarmi il mio e il loro rispetto.
Poi sei arrivato tu ed è cambiato tutto. Il mio posto non era più in platea, in mezzo alle persone, ma in galleria nel posto che si riserva alla gente di un certo calibro.
È avvenuto senza che me ne rendessi conto.
Ero appena entrata in teatro, sola, senza di te. Tu avevi il tuo bel da fare con i libri. Nonostante questo mi accompagnavi sempre anche quando non c’eri e, cosa assurda, all’epoca furono gli altri ad accorgersene e non io. Ne presi consapevolezza proprio quella volta.
Ero in ritardo e, affannata, stavo correndo per il foyer e le sale del teatro per raggiungere i miei amici in platea. Mi tenevo sollevato l’orlo dell’abito per non schiacciarlo sotto le scarpe quando fui fermata da una maschera. Gentilmente domandò il mio nome e, sempre gentilmente, mi accompagnò al piano di sopra, al centro della galleria, aiutandomi a prendere posto e porgendomi una brochure. Ringraziai, grata ma anche sorpresa da quel cambio di programma. La maschera mi aveva atteso tutto quel tempo.
La visuale era magnifica: avevo il palco, la platea, i corridoi, il sipario, l’intero teatro davanti ai miei occhi, ma intorno a me le sedie erano vuote. Ero sola.
Al ritorno, sentendomi mettere piede nell’ingresso, ti affacciasti dalla porta dello studio e mi chiedesti se mi ero divertita e se mi era piaciuto lo spettacolo. Ti risposi frettolosamente di sì, al che mi domandasti se stessi bene o se fosse successo qualcosa. Ti risposi che no, non era successo nulla, che ero stanca e che volevo andare a dormire. Fingesti di essertela bevuta e la cosa si chiuse lì.
L’indomani, a colazione, ero distratta. I pensieri se ne andavano per conto loro mentre sorseggiavo un caffè bollente, quasi non sentii la tua domanda.
«Allora? Com’era questo spettacolo?»
«Bello»
«Tema?»
«Donne. Mafia. Omertà e… tanto altro. L’ho trovato un testo molto profondo. Molte delle persone in sala non lo hanno capito. Ero un po’ infastidita dal brusio che proveniva da sotto»
«Da sotto?»
«Mi hanno messa in galleria. Per caso, sei passato in teatro nei giorni scorsi?»
«Purtroppo non ci metto piede da tanto»
«E quando vai a Napoli cosa fai?»
«Mi godo le bellezze della città»
«Credevo che Napoli fosse la patria del teatro»
«Credi»
Feci di sì con la testa.
«Credi o pensi?»
«Credo»
«Credere è un verbo importante»¹
«Penso che abbiano cambiato politica nel teatro in cui sono stata ieri»
«Ti riferisci alle proposte presenti in cartellone?»
«Mi riferisco a tutto. La politica è una cosa seria, o almeno così dovrebbe essere»
«E non sbagli»
«Per chi voterai alle prossime elezioni? Non ho mai capito da che parte stai tu»
«Che brutta parola! Che brutta espressione!» arricciasti il naso mettendo su quella che doveva essere un’espressione disgustata (doveva, perché in realtà la tua era un’espressione burlona e gaudente mentre spalmavi marmellata sulle fette biscottate) «Parte»
Ti guardavo con la faccia di chi s’era rassegnata da un pezzo.
«Da che parte stai…» continuasti sempre burlandomi, frugando nel cestino della frutta.
Alzai gli occhi al cielo.
Di poche cose avevo certezza. Quella di non aver mai saputo per chi votavi era una di queste.
La politica è una cosa seria. Cominciamo da qui.
Voi, in genere, per chi votate? Sapete che vi dico? Non voglio saperlo, tanto non mi direste la verità. Il voto è segreto!, mi direste. E avreste pure ragione. Ma tanto, con un po’ di concentrazione e con spirito di osservazione penso (e non credo) che riuscirei a capire da che parte state.
Non ho mai compreso perché chi appoggia le idee di destra sia reputato una persona malevola, cattiva e narcisista. Chi invece appoggia le idee di sinistra è il filantropo, l’umanista, l’altruista.
Se io oggi affermassi di parteggiare per Fratelli d’Italia o di avere simpatie per la Meloni verrei tacciata come una brutta persona, con un pensiero limitato, per non dire di scarsa cultura (brevemente: la cultura non è di destra né di sinistra, per sua definizione non può essere circoscritta a un rango, a una classe o a un’élite, altrimenti si configurerebbe un paradosso), razzista, omofoba, che pensa solo al proprio interesse.
Domanda: pensate veramente che chi sostiene la Schlein covi il desiderio di accogliere un extracomunitario in casa propria (per casa non intendo il suolo italiano, ma casa dimora, il posto in cui mangiate, dormite, fate l’amore, vi spogliate ed espletate i vostri bisogni corporali), di impazzire di gioia quando si trova a dover pagare le tasse per sostenere i meno abbienti, di fare beneficenza e lasciare una moneta per ogni individuo che incontra sulla strada (ogni individuo! non chi sì e chi no, altrimenti di che uguaglianza tra i popoli va vaneggiando? Se sei per il diritto di eguaglianza, tutti sono uguali a tutti, senza alcuna differenza), di non essere infastidito dal tizio che non la pensa come lui, oppure di non provare ribrezzo di fronte al bimbo sporco e puzzolente e di giustificarlo se ti ruba il portafoglio dalla tasca?
Per uso e consuetudine i più colti, i più benevolenti, i più intelligenti, i più intellettuali sono “quelli di sinistra”.
A parte che già chiamarli “quelli di sinistra” non è sintomo di intelligenza; come accennavo poc’anzi, fare distinzioni tra destra e sinistra è sufficiente per denotare un certo grado di deficienza più che di intelligenza. Per una mente aperta, a mio modo di vedere, distinzioni di questo genere non devono assolutamente esistere. È pur vero che il mondo è vario, si diversifica; ma le differenze, la diversità deve essere concepita come qualcosa che arricchisce e non che pone limiti (io so’ io e tu si’ tu)². Questo non va bene. Che poi io non possa essere d’accordo con quello che dice o pensa chi mi sta di fronte non significa che non debba accettarlo o condannarlo o mettergli muro. Non lo condivido. Punto. Ma non devo non accettarlo a priori, perché così facendo permetto al seme del pregiudizio di mettere radici nella mia testa e di calare il velo sul mondo precludendomi alla conoscenza. Se oggi non vado d’accordo con lui, non è detto che domani possa pensarla come oggi. Solo gli imbecilli non cambiano idea.
(to be continued)
Teatro dell'Opera di Roma
¹ La citazione è contenuta in Sembra ieri di Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 1998
² “Io so’ io e voi nun siete un c****!” nota citazione di Alberto Sordi ne Il marchese del grillo del 1981 di Mario Monicelli.