Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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Leonardo Di Caprio e Kate Winslet dietro le quinte di Titanic, pellicola di James Cameron del 1997
Si tu vales bene est, ego valeo.
C’è bisogno di calma. Bisogna stare molto calmi.
Devi stare molto calmo, devi stare molto calmo… Devi stare molto calmo, devi stare molto calmo… Quando il treno se ne va, quando il tempo se ne va, quando tutto se ne va… (ok Neffa, stiamo calmi. Nun te sta a preoccupa’. Mo’ vediamo di risolvere).
Capita di sbroccare in mezzo a certe situazioni. Tipo quando rimani chiuso in ascensore.
Dovete sapere che la sottoscritta vive da sola, e accade spesso che mia madre mi faccia le sue improvvisate, come quella di piombarmi in casa senza preavviso, telegramma, notifica, fax o raccomandata. PS per i miei amanti: se dobbiamo vederci, vediamoci al solito posto, in albergo ché mammà sta già a fa’ ‘e valigie per spostarsi dal suo sofà al mio sofà (poltrone Sofà, solo divani di qualità!).
Non solo. Poiché nel condominio dove vivo hanno rammodernato da poco l’ascensore affidandosi ad una ditta così così (sempre per non utilizzare altra terminologia poco carina), è consuetudine che la scatola magica che ti porta su e giù per i piani si blocchi, oppure non parta (o traballi), oppure ti fa salire e scendere al buio, spezzato solo dalla sottilissima luce rossa del cerchio del pulsante dove sono incisi i numeri dei relativi piani.
Allora, mamma arriva. Sempre col suo solito giubbottino blu, che poi non è un giubbottino ma un piumino invernale di quelli lunghi, che coprono fin sotto al ginocchio, ma siccome è piccoletta – più “tappa” della sottoscritta – sembra che indossi un giubbottino invece che un piumino. Ah, dimenticavo: i capelli sempre ben acconciati che pare uscita mo’ mo’ dal parrucchiere con relativo trucco allegato (mia mamma è così, ci tiene all’ordine e ha un grandissimo senso estetico delle cose. Infatti è stata sarta per una vita e ha cucito abiti, giacche, tailler, vestiti di Carnevale, vestiti per comunione per tantissime persone e, infine, l’abito da sposa di mia sorella). Altra cosa: va sempre “de prescia”, quindi quando tu parli non ti ascolta perché già pensa a cosa deve cucinare, a cosa comprare al supermercato, a come deve intrattenere i nipoti e altri mille impegni vari che manco Confalonieri. Ciò comporta che quando l’avverto che è meglio che non prenda l’ascensore perché è la settimana dei “problemi tecnici dell’ascensore” borbotta un “va bene” ma che non viene ben recepito.
Usciamo. Io a lavoro, lei per cavoli suoi. Passa la mattina e arriva l’ora di pranzo. Arrivo prima io a casa e due, tre minuti dopo di me, lei (è un segugio, l’ho detto). Cosa fa? Prende l’ascensore. E resta bloccata.
Panico totale.
Comincia a urlare da dentro il budello maledetto che la sente tutto il condominio ed, ovviamente, la prima cosa che fa è chiamarmi al telefono per dirmi “sono rimasta chiusa in ascensore!!!!” (ma guarda un po’ ma’, non me n’ero accorta!).
Calmati, le dico.
In tutti gli ascensori è attaccato un adesivo in cui è annotata la ditta che si occupa dell’impianto e il numero di emergenza da contattare in caso di blocco o anomalie. Le consiglio di chiamare quel numero e di aspettare buona buona lì dentro (stai al sicuro, il lupo cattivo non entra, stai ‘nda ‘na botte de fero, siamo noi quelli a contatto con la bestia perché semo fuori dal recinto) che in pochi minuti la vengono a recuperare.
È una parola. Più facile a dirsi che a farsi. (Come fai a tenere a freno il panico di un’altra persona che non sei tu? Paaaanico, non farti prendere dal paaaanico. Ehi mi raccomando niente panico, niente panico. Chiudi gli occhi e tienimi la mano, sorridi e respira piano…).
Sono sul pianerottolo del piano di casa, di fronte all’ascensore e, nel mentre che aspetta i soccorritori (che la vengano a salvare) le parlo per farla stare calma. Oh, mo’ non è che fosse sospesa tra un piano e l’altro, era solo rimasta a piano terra perché le porte si erano chiuse e non partiva l’ascensore. Ora, oltre ad essermi assunta – come sempre – io il compito di chiamare la ditta per segnalare “il problema” (che stava diventando ingestibile), nel mentre facevo su e giù per le scale per cercare una soluzione più sbrigativa per tirarla fuori di lì.
Mammà però non ne voleva sapere di aspettare. Schiacciava tutti i pulsanti dell’ascensore, mi chiamava al telefono, gridava (e io avoglia a dirle “stai calma!”), mi bombardava di messaggini sul telefono… per fortuna che dopo dieci minuti ‘ste benedette porte dell’ascensore decidevano di aprirsi di loro spontanea volontà e lei poteva sgusciar fuori (non voglio immaginare cos’altro sarebbe potuto succedere in caso doveva ‘sta ad aspetta’ un’ora).
“Lo vedi che vuol dire quando non mi ascolti?”
“L’ascensore funzionava stamattina! L’ho preso e andava bene”
“E se si bloccava pure stamattina?”
“Non si bloccava! Lo prendevano tutti!”
“E mo’ com’è che si è bloccato? L’ascensore non funziona correttamente, tu lo hai voluto prendere e io ti ho consigliato di non farlo perché lo so come sei quando ti fai prendere dal panico”
“Non lo so perché si è bloccato, si è bloccato. Io ho solo schiacciato il pulsante, non ho fatto niente. Si sono chiuse le porte e non partiva, ti ho persino chiamata per vedere se si aprivano da fuori”
“Ma se io non c’ero, tu come avresti fatto?”
“Eeeeh, un modo lo avrei trovato”
“Urlando?”
“Qualcuno nel palazzo m’avrebbe sentita e mi avrebbe tirata fuori”.
Ma che bella soluzione! Quando il pericolo è ormai superato e la brutta esperienza è solo un ricordo, è bravissima a trovare soluzioni semplici e intelligenti. Improvvisamente riacquista tutto il suo savoir- faire, solo fino a qualche minuto fa sembrava una pazza appena uscita dal manicomio.
Vabbè.
La differenza tra me e mia madre (ce ne sono tante di differenze) è che io anche nelle circostanze più toste riesco a mantenere la calma (terremoti, blocco in ascensore, incidenti, uscire senza chiavi di casa, malattie impreviste) e cerco di trovare una soluzione per risolvere la questione; però comprendo anche che le situazioni descritte in parentesi istintivamente conducono al terrore e tolgono lucidità, se non hai sangue freddo per poterle gestire.
Una volta so’ rimasta bloccata io in ascensore, anzi due. La prima volta era ripartito subito, da solo. La seconda volta era una situazione veramente da panico. Era il 14 agosto e in città non c’era nessuno, stile Così parlò Bellavista, pellicola di e con Luciano De Crescenzo dove lui, nei panni del Professor Bellavista, rimane bloccato in ascensore col Dottor Cazzaniga, interpretato da Renato Scarpa. Certo, in quell’occasione non si era alla vigilia di Ferragosto, il condominio era pieno de gente e la città pullulava di vita, al contrario del mese di agosto dove sono tutti a mare (e loro avevano pure il panettone che se so’ magnati, io non avevo nulla da mettere sotto i denti; in compenso non ero al buio, la luce c’era. Almeno quella).
Il mio ascensore, a differenza di quello di mia madre, era partito e non era rimasto a pianterreno. Si era bloccato al primo piano. Prima di chiamare il numero delle emergenze mi ero ingegnata per trovare un escamotage, senza scomodare nessuno (ma nessuno chi? Non c’era nessuno nel palazzo! Manco il portiere, mannaggia!). Nei vari tentativi che sono seguiti (schiaccio il pulsante per tornare al pianoterra, di nuovo quello del piano, chissà risale, forse è meglio se schiaccio quello dell’allarme…?) accade che sento salire qualcuno su per le scale. Il tizio (sia lodato e santificato in ogni momento il santissimo e divinissimo osservatore!), accortosi che una deficiente era rimasta chiusa in ascensore prova a far aprire le porte chiamandolo dall’esterno (e quindi sul pianerottolo del primo piano). Miracolo: le porte si aprono e io non sono più in cattività (non c’era verso di aprirlo stando dentro, ci voleva qualcuno che mi tirasse fuori dall’esterno).
Morale della storia: se non era per il buon uomo avrei (forse) trascorso il Ferragosto in ascensore (“in un giardino di una scuola, ad agosto, d’inverno, al mare, in un chiosco, fa buio presto, ma non esco, non esco – ovvio che non esco, come faccio a usci’???? Sto bloccata in ascensore! – e se esco – appunto, se esco! – mi perdo nei… posti vuoti, e ti vengo a cercare nei posti vuoti…).
Altra circostanza, altro momento, altro tempo.
Siamo al cimitero (eh beh, che ci volete fa’, ce stanno pure le cose brutte sulla Terra, mica esiste solo la vita?). Commemorazione dei defunti (giorno de festa pure questo, per quanto… la morte possa definirsi “festa”). Io e mia madre (sempre lei) facciamo la nostra consueta visita ai parenti. Intorno a noi un botto de gente. In una cappella c’è una signora, circondata da altre due/tre parenti/compagne, che piange la scomparsa del figlio morto giovane in un incidente.
Improvvisamente sentiamo ballare il pavimento. Scoppia il subbuglio e la paura tra la gente.
Il terremoto (ed è pure forte).
Cominciamo col dire che francamente non capisco il perché di tutta questa agitazione. Siamo comunque fuori, all’aperto (certo ti cascano in testa numerosi loculi se proprio ti ci trovi sotto oppure se sei dentro in cappella, ma comunque spazio a disposizione per fuggire ce l’hai eccome, al massimo vieni colpito da un cipresso), e poi, metti pure caso che muori stai già sul posto, basta solo apparecchiarsi. Via le spese, la funzione religiosa, il prete, il carro funebre, i fiori, i memoriali, le poesie, le dediche, l’estrema unzione eccetera. Tutto a gratis. Non fate altro che lamentarvi che vivete in un mondo di cacca, che siete (siamo!) disoccupati, che non arrivate (arriviamo!) a fine mese con lo stipendio, che c’avete (c’amo!) problemi, che siete (semo!) stanchi, che nun c'avete (nun c'amo!) sòrdi, che ce so un sacco de spese e cose da fa’, che non succede mai niente de’ bello, che non fate (famo!) più l’amore, che siete (semo!) insoddisfatti di tutto… e poi quando capita l’occasione de levasse dar monno, fate un putiferio della Madonna???? O vedi che c’ho raggione che siete ‘na banda di ipocriti e disonesti?
La prima a buttasse fori dalla cappella fu proprio la madre del ragazzo morto giovane che stava a piagne come ‘na fontana, s’era messa pure a urla’ “il terremoto! Il terremoto!”. A momenti se sentiva solo lei nel camposanto, tanto che mia madre se ne era subito uscita con una delle sue: “ti piangi tuo figlio però… cavolo! C’hai paura di morire” (che è brutta come osservazione, ma ha il suo fondo di verità).
In tutto ‘sto popò di avvenimenti chi scrive è sempre rimasta calma (Relax! Take it eaaaasy! For there is nothing that we can do! Relax! Take it eaaasy…), sia con la mamma bloccata in ascensore e, soprattutto, nel corso del terremoto. Ora, non chiedetemi perché questo mi succede ma avviene sistematicamente ogniqualvolta capitano queste occasioni.
Una volta il terremoto avvenne quando frequentavo il terzo liceo. Tutti i miei amici si alzarono per darsela a gambe e io rimasi seduta dietro al banco a ripassare la lezione di storia come se niente fosse (chissà, forse ho davvero un disturbo). Fu la mia compagna di banco a tirarmi di peso col braccio per poi scappare fuori dalla classe. Se non era per lei a quest’ora stavo ancora lì a ripercorrere le orme della dinastia dei Borboni.
Ma ci sono tanti altri avvenimenti connessi al terremoto (materiale).
Gli altri terremoti lasciamoli stare.
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Allegria!
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Ho litigato con l’INPS.
Ebbene sì, pure io litigo. E non solo con l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (che poi di sociale non ha proprio niente, l’unica cosa che ci è rimasta è l’asocialità, la maleducazione e la scorrettezza).
Stamattina ho litigato pure con la Municipale. Mi hanno detto che stavo percorrendo in auto la strada in senso opposto (vero) e che dovevo fare il giro. Ho detto loro che avevano ragione, e ad essere in torto ero io (lo faccio solo per percorrere un metro di strada per mettere la macchina in garage, nel verso corretto è difficoltoso perché si dovrebbero compiere molte manovre prima di parcheggiare cercando di evitare muri, marciapiedi e pedoni, non perché mi piace commettere violazioni al CdS). Ergo, non stavo contestando l’infrazione (commessa e riconosciuta dalla medesima senza infingimenti), ma il loro modo di rapportarsi, l’arroganza e la sicumera che si sentivano in diritto di ostentare solo perché investiti della carica di pubblico ufficiale. È uscito un casino che non vi sto manco a racconta’, ma niente botte, spintoni o parolacce (come succede ormai spesso in tutti gli uffici, gli istituti scolastici, negli ospedali e via dicendo). La mia rabbia la sfogo con la macchina (e coi piloni ai bordi della strada).
Scherzi a parte, stamane ho preso davvero coscienza di come possa sentirsi un essere umano quando non viene compreso, e del perché poi discendano certe reazioni (io stavo spiegando il perché della mia infrazione, commessa con coscienza ma senza dolo, e le due vigilesse mi guardavano come si guarda un matto; vabbé che non sto bene, però a ‘sti livelli che manco mi capisci quando parlo… e parlo pure italiano, la tua stessa lingua… è grave. E pensare che la multa la volevo pure paga’).
Pure l’INPS comunque non fa sconti a nessuno. Anzi, li fa. Quando gli gira a genio (ma quando gli gira a genio?).
Ho litigato per una serie di motivi. Voi litigate con le mogli, i mariti, gli amanti (sempre per chi ce l’ha), le sorelle, gli zii, i cugini, gli amici, i cognati, i suoceri (trovatevi un compagno o una compagna che non abbia i genitori così almeno loro non vi scassano le scatole) e io litigo con l’INPS (se ve fa incavola’ pure a voi e non c’avete vojia di farvi il sangue amaro, mannateme le deleghe che ci penso io a litiga’ pure pe’ voi).
Il punto è questo. Dice che io di handicap non ne ho, quindi se casomai mi venisse voglia di fare concorsi, colloqui di lavoro, partecipare a bandi o metteme in fila per qualche lista nun lo posso fa’. Cioè, non è che non lo posso fa’; non lo posso fa’ asserendo che ho problemi e che ho diritto di prelazione per i problemi che dico di avere. Tutto chiaro? (Manco tanto).
Nel corso della mia lunghissima vita (non è vero, ma a me il tempo sembra il doppio di quello che vivo) sono passata per numerosi-osi-osi colloqui di lavoro… dove nun se capiva gniente de quello che te stavano a chiede’.
Prima di tutto non so perché questi (dove per “questi” intendo i “geni” che dovrebbero avere le competenze e la capacità di valutarti) hanno sempre e solo il potere di farti sentire un’inetta prima ancora che tu prenda posto a sedere davanti a loro, seconda cosa quando cominciano con i test valutativi (il più delle volte delle domande, per non dire interrogatori da Santa Inquisizione) parlano in maniera incomprensibile che pare lo facciano apposta per lanciarti messaggi segreti del tipo: “lascia perde, questo non è il lavoro pe’ te”.
Esempio: “Siamo una Company Economy&Lawyer che si occupa di management control, public relations, ci impegniamo costantemente per l’implementazione del marketing e fornire la comunicazione business per tutti i social. È importante avere spiccate doti di problem solving, an important organizational behavior, self-control, respect for each other to improve the community all together in the same way…” (a soreta!), per poi concludere col botto finale: “Quali sono le sue skills?”
Ma non ti puoi esprimere in italiano corretto e chiedermi semplicemente che competenze hai piuttosto che pronunciare skills? La prima volta che me lo hanno chiesto stavo per domanda’: che cosa???? Avevo una faccia del tipo: “e mo’ che vo’ questa?”
Esempio di faccia appena descritta
A saperlo je facevo io una domanda. “Ho i traumi. Fanno punteggio i traumi nel curriculum?”.
No, perché se fanno punteggio io mi colloco nei primi posti in graduatoria. Se poi c’avessi pure l’invalidità (in)civile ai sensi dell’articolo 20 della Legge 102 del 2009 e bla bla bla sarei a cavallo!
L’INPS però dice che sto apposto… come lo ha dedotto non saprei… c’ho tante di quelle patologie mentali che basta guardamme in faccia per dire che non sto bene (forse la visita se la devono fa loro, non io). Ho la demenza senile, soffro di allucinazioni, ho crisi isteriche, so’ pazza, deviata, ninfomane, ho disturbi nell’apprendimento, so’ bulimica, la glicemia nel sangue che sta a ballà er jive… Mo’ m’è venuta pure la prosopagnosia… (o vedi che vor di’ a frequenta’ certe persone per tanto tempo? Però… c’è un però: è l’unico caso in cui mi sento di dire di essere veramente FIERA di aver frequentato quella persona lì e di essermi presa anche la sua malattia. È un grande, grandissimo motivo di ORGOGLIO per me).
Insomma le malattie ce le ho tutte (e questi dicono che non ho niente), tranne la ludopatia (occore esse ludopatici per fatica’?).
E meno male che si chiama Istituto di Previdenza Sociale! Dovresti prevede’ che c’ho diversi disagi che cominciano a farsi sempre più consistenti. Po’ dice perché stiamo messi come stiamo messi… se la Previdenza l’Ente Previdenziale non la prevede, altro che Previdenza… ci vuole la Divina Provvidenza! (ma che ca*** sto a di’? Boh!).
Eh, ma io c’ho l’asso nella manica, ‘na cosa che funziona contro tutti i malefici e le iatture… c’ho a mamma io! Basta che glielo dico: “Ma’, quelli dell’INPS nun me vojiono da’ la pensione di invalidità”, vedi come córe davanti allo sportello a fa' casino. Già me la immagino con il suo giubbottino e coi capelli belli freschi appena usciti dal parrucchiere: “E s’n’tit: dat subbt i sol’ta a figghj’ma, ca quedda la uagliola n’av b’sogn. N sta bbon”.¹
Se ci va lei di persona glieli danno i soldi, je danno pure a rivalutazione de’ la pensione de mi’ padre che è stato professore di ragioneria ed è da mo’ che la stamo a chiede’.
Mia mamma riesce a ottene’ tutto. Quanno entra in un negozio pure dove nun fanno sconti je fanno lo sconto, pare che cammina co’ la pistola ‘nda la borsetta e il commesso o la commessa lo sa che gliela punterà addosso se non le fanno lo sconto. A me manco di cinque centesimi di euro al supermercato me fanno lo sconto. “Vuole la busta?”, “Sì”, “Sono trentuno euro e ottantacinque centesimi”, “Guardi, c’ho giusto ottanta centesimi, altrimenti le devo dare quaranta”, “Mi dia le quaranta”. E t’ho servito. Roba che te fanno vergogna’ pure a chiede lo sconto di 0,05 euro.
Se tra voi c’è qualcuno che mi conosce, ma soprattutto che conosce mia madre, lo vedo già che sta ridendo e annuendo con la testa in segno di conferma alle mie parole (“ ‘o so ‘o so, la sora Costantina è così”).
O vedi ma’? Te che dici sempre che nun te penso, sto a scrive pure le storielle su de te (un giorno vi racconterò quando è rimasta bloccata nell’ascensore del palazzo).
Comunque non sto bene (sì, vabbè lamo capito, pure noi non stiamo messi comodi). Le ho provate tutte. Se chiedo di famme puli’ i cessi manco quelli mi fanno puli’. Ci vogliono le competenze (anzi, le skills! Vedi come sona bene invece di competenze?). A quanto pare pure pe’ fa la commessa in boutique devi avere la laurea, un master alla Sorbona e aver vinto almeno tre borse di studio a Cambridge (e non ho neanche aggiunto lo stage nella Maison di Valentino!). Cioè, per piegare delle maglie o dei pantaloni, riordinarli negli scaffali, prendere ordini con i fornitori, provvedere al pagamento alla cassa (contanti o bancomat) e servire il cliente devo ave’ alle spalle la carriera di Berlusconi, quando basta solo la gentilezza? Due so ‘e cose: o i datori di lavoro scambiano la gente per menomata (e quindi non la ritengono capace manco a scarta’ ‘n paio di scatoloni) oppure siamo arrivati a un punto che pure per andare a zappare la terra devi avere il master alla Luiss o alla Bocconi (e comunque, se ce l’hai, manco va bene perché pe’ zappa’ la terra ci stanno gli extracomunitari e tu non rientri nella categoria).
Si lamentano che non trovano gente che non vuole lavorare (ok, ammettiamo per una minima parte che anche questo sia vero), però poi non si rendono conto delle cose – per non dire “stranezze” – che richiedono. Cercano i giovani (ma poi giovani non vanno bene perché non hanno esperienza), cercano gli adulti perché hanno esperienza (ma sei già in età pensionabile e mi costi di contributi), cercano le donne perché sono più pignole e più brave degli uomini (eh ma poi se mi rimani incinta devo pensare a come sostituirti nel periodo di maternità e mi costi il doppio), cercano gli uomini (sì ma deve avere una certa presenza e una certa tempra per ‘sto lavoro)… oh, ma come ca... volo la volete ‘sta gente che deve veni’ a lavora’ pe’ voi, se po’ sape’? State a cerca’ un dipendente, mica il Principe Azzurro!
Non è un reclutamento per il lavoro. È una caccia al tesoro. Vai avanti solo se hai il fattore C, altro che talento, capacità e competenze (c’è tempo pe’ mori’! C’è sempre tempo pe’ mori’).
Quindi che dovemo fa’? Rubiamo? Spacciamo? Truffamo? Ci diamo all’illegalità? Perché alternative non ce ne sono rimaste.
Ci vuole davvero una grande forza d’animo per restare persone normali, umili, corrette, educate e oneste. Di base non è un compito facile, nel tempo che stiamo vivendo è diventato un compito ancora più arduo.
Non sono una persona ottimista, non lo sono mai stata; adesso che lo scrivo mi convinco che il mio pessimismo negli anni sia stato una sorta di scudo per proteggermi dal male che vedo e ascolto tutti i giorni. Come se mi dicessi: “non pensare bene, perché poi se pensi bene e non accade quel che ti aspetti ci rimani male. Se pensi male, invece, sei già preparata al peggio perché non hai alcuna aspettativa”.
Non so se riusciremo a migliorare, se arriverà un tempo in cui le cose cambieranno e, di conseguenza, cambieranno pure le persone. Posso solo sperarlo sforzandomi, nel mio piccolo, di fare la mia parte. È un grosso sacrificio quello che sto per chiedervi, ma sforzatevi di farlo anche voi, perché se vogliamo un mondo migliore il primo passo lo dobbiamo fare ciascuno di noi. Non si può pensare di ottenere quello che si vuole tenendo in considerazione esclusivamente l’aspetto individuale e non collettivo, l’uomo è fatto per vivere nella comunità e quindi deve imparare a rispettare i propri simili anche se la pensano diversamente da lui. L’egoismo, l’arroganza, il potere, il successo non portano da nessuna parte, danno solo l’illusione di essere persone migliori, ma è l’inferno peggiore che possa capitare a un individuo, perché alla fine si ritrova solo e depresso. E si incattivisce. Se invece ci si sforza di mettersi nei panni degli altri, di ascoltarli anche quando non ci va di ascoltarli, di essere generosi emotivamente e mentalmente, le cose assumono un altro aspetto, e la realtà non è più quella schifezza che siamo abituati a vedere e a vivere. Le giornate sì e le giornate no ci stanno, non può essere sempre tutto sì (sai che noia!), ma non può essere neanche tutto no, direte (e che marron!). E non siate incontentabili! Eh, ma non vi sta bene mai niente…
Tocca dasse da fa’, ragazzi. Tutti. Pure se non vi piace. Ci tocca vivere e convivere. Siamo nati per quello.
Non per sopravvivere.
¹ “Sentite: versate subito i soldi a mia figlia perché la ragazza ne ha bisogno. Non sta bene.”
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Ingresso.
Di fronte alle porte antipanico il bancone della reception. Ai lati del bancone i tornelli per entrare negli spogliatoi femminili e maschili e per accedere alle vasche, nello spazio antistante un altro tornello che conduce al piano di sopra dove c’è la sala attrezzi e le aule di aerobica. L’aula è quella più grande (la piccola è in fondo al corridoio a sinistra).
Ale (Maestra): «Oggi facciamo la nuova coreografia».
Pina (tra il cicaleccio): «Devo spostarmi, così non la vedo».
Il gruppo delle “ballerine” è aumentato. Nonostante la sala sia grande, si fa fatica ad avere la visuale dello specchio fissato sulla parete frontale dell’aula e dei passi della Maestra (ma perché ci sono gli specchi nelle palestre? Noi ne abbiamo pure due! Uno sulla parete avanti e uno sulla parete dietro).
Ale inizia a spiegare l’intro del ballo, senza musica. Apriamo e chiudiamo le braccia con un movimento lento.
Ho un presentimento, dato che nella chat whatsapp di gruppo le avevo suggerito un brano per essere sensuaaaaali (come dice lei) e al cui messaggio mi aveva risposto, sorpresa come se ci fossimo lette nel pensiero, che ci stava pensando (che soddisfazioni mi dà questa ragazza! Ale I love you! Alè!).
Parte la musica.
Di te non mi innamoro mai, vive e muore la poesia/è un via vai come in un night, senza più allegria/Lascia tutto ciò che hai, lascia la tua fantasia/libera come una città, senza ipocrisia…
Ale Maestra: «Vi siete accorte che manca qualcosa?»
Io e Alessandra: «Che manca?» (a parte la sensualità).
Ale Maestra: «La marciaaaaaa!»
Io: «Ma quella è da mo’ che manca, è già da tre o quattro balli che manca»
Alessandra: «Infatti».
Nella sala è sempre presente in sottofondo il cicaleccio, il blaterare, domandare, il girarsi qua e là… in una parola: il mercato (Arance, limoniiii!).
Ale Maestra: «Posso andare avanti a spiegare?».
Andiamo avanti. Il passo seguente è semplice (in teoria, per noi niente è semplice).
C’è del disagio.
Bisogna aggiungere lo schiocco delle dita.
Ale Maestra: «Quess u sapit fa’?»¹.
Tra le nuove, più di una persona chiede spiegazioni.
Dopo dieci minuti (forse) riusciamo a proseguire.
Ale Maestra (con aria canzonatoria e risolino sulle labbra): «Quante sequenze ho spiegato fino a ora?»
Io: «Mo’ comincia»
Alessandra: «Sono due, devi spiegare la terza».
Le più diligenti dicono tutte due, le storiche (le più “brave”) del gruppo tacciono.
Nel frattempo Giovanna (l’insegnante di sostegno, due file avanti a me) cerca di attirare la mia attenzione, ma in quel momento sono alle prese a confrontarmi con Alessandra (io e lei siamo due file dietro) che cerca, inutilmente e a sua volta, di attirare l’attenzione di Ale Maestra.
Alessandra, mentre parla con me riferendosi ad Ale Maestra: «Mica mi ascolta… la ragazza sta diventando indisciplinata. Ai colloqui di classe mando mio marito con una lettera di ammonimento»
Io: «Io mando il cane»
Alessandra: «Anzi, tu che scrivi falla tu e intanto annota: mancanza di attenzione durante la lezione».
Ale Maestra si sposta occupando ogni lato della sala per spiegare come va eseguita la coreografia e al termine dice: «Mo’ lo facciamo con la musica, ma non mi fate girare in tondo sennò diventa un casino».
Tutte (più o meno convinte, più meno che più): «No, no».
Va con la musica. Più che eseguire la coreografia, ognuna balla quello che le suggerisce il cervello (manco nelle feste di matrimonio esce fuori ‘na roba del genere): chi esegue il valzer, chi il qua qua e chi la mazurka. Con fatica si giunge alla terza sequenza (una cumbia).
Ale Maestra: «Cos’è che non va? Questo lo avete già fatto, almeno alcune di voi lo hanno già fatto».
E passiamo alla quarta sequenza. Sembriamo carrelli del supermercato più che ballerine (nel frattempo è passata mezz’ora e manca ancora più della metà del ballo da spiegare).
Alessandra si è persa e alza la mano per avere supporto. Nisba.
Alessandra, sempre rivolta a me: «Allora, scrivi: la ragazza (riferendosi a Ale Maestra) manca di concentrazione»
Stella: «Cominciamo a essere troppe»
Sandra: «Ma quante volte lo dobbiamo fare? Cioè, quanti passi sono?»
Ale Maestra: «Eh… questo me lo dovete dire voi»
Io e Alessandra (tra di noi): «Quattro, sempre quattro sono, altrimenti otto o sedici, tutti multipli di quattro».
Qualcuna suggerisce tre.
Io e Alessandra: «Tre????»
C’è chi è pienamente convinto delle proprie idee, soprattutto dei propri errori (è bene avere una grande considerazione di sé) tanto da bacchettare me e Alessandra che risponde: «Hai ragione, hai ragione» poi bofonchia qualcosa che suona più come una parolaccia/presa in giro rivolta al soggetto che ci ha bacchettate.
Alessandra (rivolta a me, si rivolge sempre a me e io a lei, siamo compagne di banco): «Zitta, devo stare zitta. Mi sto incafonendo»
Ale Maestra: «Tre? Siete convinte? La accendiamo?»
In mezzo alla caciara sento urlare il mio nome (è forse Giovanna?) ma, giunti a questo punto, non so più a chi dare retta. Da un lato commento con Alessandra, dall’altro lato Lucia (non la mia Lucia, un’altra Lucia) mi chiede come eseguire i passi (a me?????).
Ale Maestra a Giovanna: «Non sente. È distratta»
Io: «Che c’è?»
Giovanna: «Oh! TU devi contare». Le fanno il coro appresso Adriana, Stella e pure Costanza (quando c’è, ma oggi non c’è). In sala i conti li porto sempre io («Tutto bene signore? Porto il caffè, un amaro… oppure direttamente lo scontrino?»).
Tiziana: «Ale, fai il video e poi ce lo mandi»
Io e Alessandra (tra noi): «Che cavolo glielo chiedete a fare il video se poi manco ve lo guardate?»
Ale Maestra: «Vorrei proprio vedere che combinate a casa vostra, mi piacerebbe avere una videocamera per spiarvi»
Io: «E tu metti di nascosto un microchip nei cellulari di ognuna di noi, così ci guardi»
Seguono altri dieci minuti di casino, tanto che ci sentono pure i degenti dell’ospedale (situato in fondo al viale).
Ale Maestra, alzando il volume della voce: «Meeeee! Vogliamo andare avanti? Che dite?»
Alessandra continua a commentare tra sé e a sollevare le braccia nella speranza che Ale Maestra la noti. Io ballo, canto, parlo e tengo il tempo da sola mentre attorno a me c’è il bordello assoluto: chi chiacchiera con la compagna “di banco” di cosa ha mangiato ieri sera a cena, chi ride, chi si siede perché è stanca (di solito questo incarico se lo incarica Giovanna mentre ci guarda lavorare per poi correggerci), chi non capisce, chi beve un sorso d’acqua, chi apre la porta che immette sul balcone/mini veranda per guardare se la macchina parcheggiata fuori è ancora giù in cortile o è stata rubata (succede anche questo) e, intanto, immagino…
Io: «Uè, funziona! Oggi ‘sto ballo mi esce… il corpo risponde al linguaggio del corpo… Aleeeeeeee!!!! Funzionaaaaa!!!!» (Ah già, oggi Ale non ci calcola).
Giovanna, rivolta a me e a Alessandra: «Ma che state combinando là dietro?»
Adriana, divertita e sulla stessa fila di Giovanna, solo chi a sinistra e chi a destra: «Si fanno i cavoli loro»
Giovanna, col dito puntato a me: «Tu oggi ti meriti la nota!»
Io: «Che ho fatto?»
Giovanna: «Non stai attenta»
Io: «Non sto attenta?????» (ma se è l’unico ballo in tutto l’anno che mi viene bene immaginando chi non devo immaginare????? Oh, ragazzi, comunque l’immaginazione ha un potere magnifico con effetti ancora più straordinari!)
Alessandra: «Veramente è la Maestra che non ci sta calcolando… comunque io non ho capito la seconda sequenza»
Sandra rivolta alla Maestra: «Ale, questo che passo è?»
Ale Maestra (interrogatoria): «Che passo è?»
Sandra: «Un passo di danza»
Ale Maestra, divertita e ridendo (noi le facciamo il coro): «Sì vabbè, grazie» e intanto pensa: «Mado’, e come devo fare?»
(La Maestra ci canzona, ma ha sempre il sorriso disegnato sulle labbra).
Io ad Alessandra, tra un intervallo e l’altro: «Comunque rispetto a prima dell’estate, in questi nuovi balli ha aggiunto più sequenze»
Alessandra, fingendosi stizzita: «E sacc!² Mi sto stancando più adesso che non nella lezione di total body, a chi te viv!³ Comunque io non ho ancora capito la seconda sequenza… vid mo’ 4» prova ad attirare di nuovo l’attenzione della Maestra.
Io: «Non caga» (oggi la ragazza è stitica).
Alessandra: «Mo’, moooo’ devo andare dal Preside e dire che la ragazza soffre pure di disturbi nell’apprendimento. Tu annota nel frattempo ché dobbiamo scrivere la lettera».
Le porte del balcone/piccola veranda sono aperte per fare arieggiare l’ambiente, in lontananza si sente la sirena dell’autoambulanza (ci stanno venendo a prendere).
Ale Maestra: «Vedete che lo dovete fare da sole, due volte con me poi sole solette»
Uh, mado’…5
Stella: «A giugno c’è il saggio»
Mo’ m n fuj.6
Ale Maestra: «Avete ripassato i balli della volta scorsa?»
Giovanna, rivolta ad Alessandra, mentre si dirige all’appendiabiti e indossa il giubbotto: «Amoore!»
Alessandra, mentre la guarda strabuzzando gli occhi: «Amore a chi?»
Giovanna, facendo il gesto di andarsene con la mano: «C nama j»7
Alessandra, ridendo, e tra le risate generali di tutte: «Ma come ti permetti?»8
Viva la libertà di espressione, di azione e di pensiero.
Terminata (per modo di dire) la coreografia del giorno, passiamo al ripasso. Che è peggio del ballo del giorno.
Mamma, e k sc’kif!9
Così non si può andare avanti (Ale Maestra: «Nu ve reggae più!»).
Ando buscando money/puesto pa lo mío, ando enfocao/un traguito de gin tonic/y con el brillo colorao
Io: «A colorao…»
Alessandra: «…te girao»
Ps: segnali che ci lanciamo io e Alessandra nel ballo di coppia dove lei fa il palo, e io la deficiente che si deve spostare a destra e sinistra del palo (la coreografia è stata studiata realmente così da Ale Maestra, ma messa in pratica dalle “ballerine”… ballano meglio Stallio e Ollio. E ho detto tutto! Per citare il grande Peppino De Filippo in Totò, Peppino e la Malafemmina).
È il delirio totale.
A fine lezione, dirigendoci alla porta a ventola verso l’uscita…
Alessandra, zaino in spalla, ridendo con me come due cretine: «Io, comunque, la seconda sequenza non l’ho capita».
¹ «Questo lo sapete fare?»
² «E sacc!» espressione che sottolinea fastidio, noia, rabbia. Trad.:«Ma ti pare logico?»
³ «Mannaggia a chi ti è vivo!»
4 «Guarda adesso»
5 Oh Madonna!
6 Adesso scappo
7 «Dobbiamo andare»
8 Giovanna e Alessandra sono cugine, quindi è naturale che si prendono spesso in giro a vicenda
9 Mamma, che schifo!
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