Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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Devo smetterla.
Devo smetterla di pensare e di scrivere, ma i pensieri, le persone, le parole non ne vogliono sapere di stare al chiuso. Soffrono la cattività.
Chi mi segue da un po’ sa che oltre alla passione per la lettura ho anche la passione per la musica, ragion per cui il mio cervello durante il giorno non solo si nutre di caratteri e caratteri di inchiostro, ma ingrassa anche di note (musicali).
La tv ho smesso di guardarla. Non c’è nulla di interessante. Soliti palinsesti, solite facce, solite discussioni, solite interviste, solite recite di quantoseicarabonaebellaamoredelladellazialosaichenutrounagrandissimastimaperteseiunapersonastupendativogliobene, insomma il solito. Come al bar. Solo che al bar non ti servono la comanda se non sei tu a comandare. In televisione te la servono a prescindere, fregandosene se a te sta bene o no.
C’è poi un’altra strada, qualora ti stufassi di fare zapping col telecomando, che è quella degli abbonamenti a Sky, Netflix, Dazn, Disney+, Prime Video, Now Tv… che devi comunque paga’, allora pagare per pagare per guardare comunque le solite facce e le solite comedy show che nulla aggiungono e nulla tolgono alla creatività degli autori, continuo a sorbirmi lo spettacolo offertomi dal canone allegato alla bolletta della luce (e meno male che dall’altra parte ci pensa la réclame che, comunque, sempre dall’utenza è finanziata. Siamo in un vicolo cieco).
Quindi?
Quindi si legge (dopo cena o a notte fonda). A pranzo, quando capita di desinare a casa, per non deprimersi con le notizie del telegiornale, ammorbarsi con le soap opera o altre trasmissioni condotte da presentatori e presentatrici, giornalisti di illustre fama e carriera che, mannaggiallamiseriaguaiateseproviafammenacriticaoafareilsaputelloconmechetantososemprepiùbravoecompetenteiodetebastavededovesoarivatotemancolaraccoltadifferenziataseibonoafa’, ci si fa un giro sui canali musicali dove trasmettono le canzoni in radiovisione.
Ma pure qua la stessa tiritera.
Prima di tutto cominciamo col dire che le canzoni odierne non le capisco. Vanno bene gli accordi, va bene il ritmo, belli gli strumenti e tutto ma… il contenuto? Dove sono i brividi? Il sentimento? Il testo? Il senso?
So’ vecchia
(e vabbè), ma la musica di oggi non penso la si possa definire musica. Cioè sì, ma non proprio tutta. Spesso è frastuono, rumore, urlo. Tuttavia questa è, e questa ci dobbiamo ascoltare. Chi scrive non può fare altrimenti. Quello che passa in tv non mi piace e per non vederlo devo ripiegare su altri canali. Il problema è che anche questi contenuti mi hanno stancata. E anche qui c’è un riciclo di conduttori che svolgono il lavoro tanto per, o per altre ragioni sconosciute ai comuni mortali. Basta guardarli per capirlo.
C’è chi fa il figo perché lavora in radio da tanti anni, chi sta lì soloperchésonopagatoaltrimentichivesen****, chi non sa parlare (pessima dizione per non dire inesistente), chi perché è il parente di (nulla contro queste persone perché, al di là delle ubbie, c’è poi chi dimostra davvero di meritarselo il posto, ma sono piccole eccezioni) chi perché fa la gavetta suggerito da chissà quale nome altisonante o direttore editoriale, chi perché conosce chi, chi perché è stato messo da tal dei tali… la classica solfa.
La cosa triste è che questa gente viene a fare la morale a noi, mostrandosi benevolente ed empatica con il prossimo, attenta ai temi e ai problemi sociali, comprensiva con chi non ha un lavoro o vive una guerra (in tutti i sensi) sulla propria pelle tutti i giorni. A me sembra tutta una messa in scena. Quante di queste persone sanno cosa sia davvero il sacrificio e cosa vuol dire non riuscire a mettere un pezzo di pane a tavola?
E qui smetto altrimenti mi metto a dire cose che non voglio dire e che non posso dire perché ne ignoro tantissime. Mi sono permessa di fare l’osservazione di cui sopra sulla base, appunto, di ciò che osservo e che avviene sotto i miei occhi tutti i giorni della settimana. Non è una visione a tutto tondo perché delle persone non si può conoscere tutto, men che meno il loro stato d’animo, il loro passato e quel che stanno vivendo nel presente. È ovvio che anche i vip della televisione e dello spettacolo hanno i loro problemi, e che anche il loro lavoro può essere una valvola di sfogo o una maniera per distrarsi dalle ansie e preoccupazioni quotidiane. Poi c’è chi le mette in piazza (facendoci sapere pure quando si fanno la doccia e con chi, con relativi post su Instangram) e chi opta per la privacy.
Pur non condividendo la scelta dei primi, penso che anche quello sia un modo per non sentirsi soli e per esorcizzare le proprie paure. Ergo non posso e non voglio emettere giudizi a cuor leggero (per quanto certe “uscite” possano sembrare assurde) solo perché essa (gente di spettacolo) segue una scuola di pensiero diversa dalla mia.
Ma torniamo al nostro bel discorso sulla musica. Dicevo… che nenia!
Una cosa che non mi spiego è perché chi lavora in un campo dove la fantasia deve fare da padrona alla fine ripropone sempre la stessa… canzone.
Ad esempio, quando la mattina mi trovo a scorrere sul telefono le notizie del giorno, quella stessa notizia viene clonata su più siti.
È un periodo in cui vanno in onda le serie tratte dai classici come Il Gattopardo, Il Conte di Montecristo, oppure su autori come Leopardi e Goliarda Sapienza? State sicuri che per un mese leggeremo sempre notizie al riguardo, nonché le curiosità più strane.
L’ultima che mi è capitata di leggere è quella sulla festa del papà. Come fare gli auguri al proprio papà, le frasi più belle sul papà, come e perché nasce la festa del papà, perché siamo orgogliosi del nostro papà, quanto vuoi bene al tuo papà, i fiori da regalare a papà, consigli pratici su cosa regalare a papà, perché le cravatte blu sono le preferite dai papà e via dicendo.
Vittorio Sgarbi è depresso? Solidarietà a Sgarbi dai colleghi, Come sta oggi Sgarbi e quali sono le sue condizioni di salute, Origine della malattia psichiatrica che ha colpito Sgarbi, Scoperta una nuova causa della depressione, Come si sviluppa la depressione…
Papa Francesco è stato dimesso dal Policlinico Gemelli. Il ritorno del Papa, Come si chiama in gergo tecnico la malattia che ha colpito il Papa, Disturbi della broncopolmonite, malattia che ha colpito il Papa, e come prevenirla, Cosa sappiamo oggi della malattia che ha colpito il Papa, Notte tranquilla per Papa Francesco, Il Papa ringrazia i fedeli per aver pregato per la sua guarigione…
Ultimamente mi capita di guardare in radiovisione un cantante che va in onda su più canali contemporaneamente (stile Mattarella quando viene trasmesso la vigilia di Capodanno a reti unificate).
Radio KissKiss: Ghali, Casa mia.
Passo.
RTL: Ghali, Casa mia.
Passo.
Radio Zeta: Ghali, Casa mia.
Ancora, passo.
R101: Ghali, Casa mia.
Passo di nuovo.
Radio DeeJay: Ghali, Casa mia.
Il giorno appresso.
Radio KissKiss: Giorgia, La cura per me.
Ok, salto.
RTL: Giorgia, La cura per me.
Di nuovo, salto.
Radio Zeta: Giorgia, La cura per me.
Mumble… facciamoci un altro giro.
R101: Giorgia, La cura per me.
No, vabbè…
Radio DeeJay: Giorgia, La cura per me.
Pistole ne abbiamo?
Poi non mi si venga a parlare dell’odio sui social perché se le stesse “notizie” (o lyrics) vengono riconvertite più volte e si fanno il giro del web (senza tanta fantasia), è normale che la gente sbotti.
C’è un giovane cantante che è stato – e continua ad essere – subissato di critiche (sai che notizia Charlie! Tutti so’ subissati da critiche, nessuno va esente) in primis perché non ritenuto dotato di talento canoro, e poi per aver fatto una scelta in merito alla sua carriera professionale. Te credo che una fazione di pubblico non lo può vede’… un po’ per invidia (diciamola tutta) per essere arrivato dove moltissimi non riescono ad arrivare, e poi perché gli addetti alla comunicazione ci mettono del loro per creare antipatie/avversioni, farti scadere o venire a noia un personaggio (esempio radio di cui sopra).
A me che piace tantissimo e trovo che (oltre ad essere un bel ragazzo) si meriti tutto il successo che ha, e che gli auguro continui ad avere, stava per accadere la stessa cosa; e non per colpa del cantante, ma perché la sua canzone era riproposta a catena tutti i giorni e tutti i momenti (tutti, tutti, tutti) alla radio con relativi articoli di accompagno sui siti web “Perché non riusciamo a toglierci dalla testa il brano di” (ma se po’ esse più scemi?).
Ad un certo punto ho dovuto dì pur’io: «Ahò, te vojo bene co’ tutto er core, giuro, ma giuro davero, però mo’ basta! Nun te se po’ senti’ più!».
Ecco spiegato il motivo per cui li chiamano tormentoni, solo che un tempo i tormentoni erano solo quelli estivi, mo’ so’ un tormento tutto l’anno!
Finisce Sanremo: per tre mesi alla radio solo canzoni ascoltate sul palco dell’Ariston. Arriva l’estate: vai con le canzoni del Festivalbar. Ari-parte l’autunno: spopola l’album di Tizio, Caio, Sempronio, Mevio, Filano, Calpurnio (che fai? Nun te li senti? E se poi s’offendono se nun te compri il disco?). Natale: e giù un altro mese ininterrotto di canti natalizi (perché quelli della chiesa non bastano). Gennaio: medley dei brani dell’anno appena concluso. Di nuovo Sanremo: dai co’ le “nuove” canzoni.
Già so’ tormentata di mio, pure voi ve ce mettete co’ ‘sti tormentoni?
“Lo vuoi un tormento?”
“Grazie del pensiero, ma è come se avessi accettato”.
Sono solo esempi che concernono la vita privata e professionale di cantanti, ma che attengono anche ad attori, registi, presentatori (politici manco ce li metto perché quelli è da mo’ che fanno ‘sto mestiere di sta sulla bocca di tutti nella buona e cattiva sorte), comici, show girl, show man e compagnia bella (so’ stancata, io so’ stanca de vedevve e d’ascoltarvi. Scatenatevi un po’ di più con la creatività e torno a guardarvi).
Un’altra attrice – bella, simpatica, solare e, sottolineo, molto talentuosa – per un certo tempo (quanto? Un mese? Di più?) non ha fatto altro che stare sulle copertine di tutte le riviste di spettacolo, di moda, di benessere, di teatro ecc. Per quanto nutra nei suoi confronti un’ammirazione sconsiderata, sono arrivata a leggere una tale abbuffata di notizie e interviste che la riguardavano (alla fine tutte uguali perché che te deve di’ di più di quanto non abbia già detto? Se soffre di stipsi? Qual è il suo costume preferito che indossa quando va al mare? Se se magna la cicoria ripassata tra un set e l’altro?) che, al termine, mi son detta: «Ok, ora però per un mese non ne voglio più sentir parlare».
Considerazioni e pareri li avevamo già prima dell’avvento dei social, con la differenza che non avevamo gli strumenti adatti a far circolare il nostro punto di vista (occhio: punto di vista non giudizio, il giudizio lasciamolo ai magistrati che, per quanto non possiedano certezze e verità assolute, qualche competenza in più di noi ce l’hanno per giudicare). Ora che siamo tutti dopati dalla tecnologia e dal sesto potere, basta veramente poco per scatenare l’ira, la violenza, la depressione, l’insoddisfazione, la perversione, la cattiveria nella gente.
Per questo occorre, ogni tanto, riuscire a guardarsi al di fuori di sé stessi con consapevolezza e sincerità e prendere le giuste distanze dal proprio egocentrismo.
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Questo è un post diverso dagli altri.
Non ha niente a che fare con i libri, gli aforismi, le discussioni, le riflessioni. Ce l’ho voluto mettere perché tra pochi giorni sarà il compleanno di mio zio.
Si può scrivere compleanno se il festeggiato è morto? Il vocabolario Treccani ci fa sapere che la parola compleanno deriva dallo spagnolo cumpleaños, composto dal verbo cumplir che significa «compiere», e dalla parola año che significa «anno». Se devo attenermi al significato letterale del lemma mi viene di rispondere che l’uso impiegato del vocabolo è sbagliato. Mio zio è morto, il treno giunto al capolinea ha portato a compimento il suo viaggio al binario 82.
D’istinto però ho ricordato a me stessa “Il primo aprile è il compleanno di zia e zio, devo fare gli auguri a tutti e due”, poi il tonfo sul pavimento e il brusco risveglio appena toccato terra. “Ma zio non c’è più!”
Sono quelle partenze a cui non ti ci abitui mai, anche se è passato già un anno. Se proprio devo dirla tutta, l’incubo ebbe inizio il 29 marzo del 2024 ed ha segnato l’epilogo una maledetta mattina dei primi di giugno dello stesso anno.
Basta cupezza. Stop al dramma. È un episodio allegro che voglio raccontarvi (almeno lo ricordo come allegro per quanto l’atmosfera non fosse delle più rilassanti).
Era la festa di compleanno di mio cugino (siamo in vena di genetliaci oggi) e, all’epoca dei fatti in cui si svolge questo racconto, frequentavamo le scuole secondarie di primo grado. Non eravamo maggiorenni per cui, al termine dei festeggiamenti, veniva uno dei nostri genitori a prenderci oppure ci riaccompagnava a casa uno dei genitori del festeggiato.
Funzionava così. Ad ogni compleanno si andava a casa dell’amico o amica di turno, si faceva baldoria, si mangiava, si ballava, si chiacchierava (si distruggeva pure qualcosa presi dai ludi e dall’eccitazione della festa), si cantava tanti auguri a te e si spegnevano le candeline. Ci si ingozzava di torta alla panna o al cioccolato fino a star male (il giorno dopo qualcuno degli invitati stava male per via delle ingordigie), si ballava un altro po’ e fine dei giochi. Questo avveniva in quella fascia d’età che va dai 6/7 anni fino ai 10/12 anni. Poi si apriva un altro capitolo della vita, per alcuni più drammatico, per altri più galvanizzante (l’adolescenza, come accade ancora oggi, era il preludio di questa fase).
Restiamo nel campo de les enfants terribles che è quello che ci interessa.
Termina la festa di mio cugino, è ora che i “pulcini” facciano ritorno al loro nido. Tocca a mio zio riportarci a casa con la macchina. Anche questo momento era dei più divertenti, perché avevamo l’occasione di girovagare per il paese di sera e conoscere la vita notturna a noi ancora preclusa (litigavamo sempre in merito a chi doveva essere accompagnato per ultimo).
Avviene però che quella sera mio zio fa un giro particolare, e ci conduce (letteralmente) al cimitero. In auto eravamo sei/sette persone, escluso mio zio. Adesso, come si erano infilate sei/sette persone in una Renault 5 grigia anni ’80 non lo so (sempre a proposito di compleanni, successe una cosa del genere con il 126 di mia madre¹), rammento solo che la sottoscritta sedeva avanti sulle ginocchia del cugino e gli altri invitati sulla seduta dietro.
Il momento è comunque drammatico: non solo stiamo stipati come sardine in un barattolo sotto sale, ci mancava pure un bella gita al cimitero (alle nove e mezza e passa di sera).
L’horror sta per avere inizio e la tensione è palpabile (forse qualcuno, approfittando della ammucchiata là dietro, si era già portato avanti con le “palpatine”, ma andiamo avanti). Giunti sul posto, mio zio parcheggia la Renault all’ingresso del camposanto, nello spiazzo dove c’è il cancello. L’auto viene posteggiata col muso avanti e con il cofano posteriore INCOLLATO alla inferriata del cancello. Chiunque provi a girare poco poco il collo si trova davanti ad una vista mozzafiato (anche qui da intendersi nel senso letterale del termine). Il lungo corridoio delineato da alti fusti di cipressi piantati sul lato destro e sul lato sinistro del terreno è appena visibile con l’oscurità della notte, resa ancora più densa e cupa dalla vegetazione arborea e dalle siepi che circondano le tombe dei defunti.
Ma non basta. Volete mettere le numerose luci dei loculi che sembrano tante belle lucine di Natale ma che, invece di adornare e illuminare l’abete, rischiarano i volti dei morti che in quel momento, nun se sa come, se scorgono pure da lontano attraverso i vetri dei finestrini di un’auto e paiono farti innocentemente “ciao ciao” col sorriso scolpito nella foto delle lapidi?
Poi succede quello che nessuno di noi si aspetta.
Dopo aver arrestato la macchina, mio zio apre la portiera e scende. E si allontana sparendo dai nostri occhi.
Rimaniamo soli, nella notte, in una strada alla periferia del paese dove non passa mai nessuno (al massimo qualche vacca al pascolo e relativo pastore ma non prima delle sei di mattina), ammassati in una Renault 5 nello spiazzo del cimitero, in esclusiva compagnia dei morti.
Partono gli urli (a gridare in realtà è una sola ragazza che si lascia subito impressionare dal luogo e dall’atmosfera che si respira, ammesso che la parola “respiro” c’entri qualcosa coi cadaveri). Gli altri – i più sono ragazzi – cercano in tutti i modi di stemperare la tensione lanciandosi in un fitto chiacchiericcio per esorcizzare la paura che li sta divorando (ma che, di fronte agli occhi delle ragazze, cercano di mascherare). Matteo, che siede retro al centro, è l’unico che resta muto. Finge una calma, si nota lontano un miglio, che non ha.
«Matte’, che c’hai paura?» domanda mio cugino che, insieme a me, si è voltato a guardare i suoi amici. Io e lui siamo gli unici a trovare la situazione davvero divertente e a sbeffeggiare il resto del gruppo.
Matteo fa un breve cenno con la testa a significare che la circostanza lo lascia indifferente. È una statua di sale. A un certo punto mi assale il dubbio che un morto lo abbiamo anche noi in macchina mentre cerchiamo di far star buona Anna Lucia che nel frattempo, con gli strilli, i morti li ha svegliati tutti (l’hanno sentita pure quelli del cimitero di Cagnano Varano).
«Guarda che se continui a urlare vengono fuori e ti tirano per i capelli chiedendoti di smetterla perché gli disturbi il sonno» faccio io. Non si è rivelata una bella battuta perché ottengo l’effetto contrario.
«Ma tuo padre dove è andato?» chiede Davide.
«Boh!» risponde tranquillo mio cugino guardandosi intorno.
Matteo, intanto, è da seppellire. Lo osservo e non mi faccio capace che uno dei ragazzi tanto aitante e tanto ambito è un cagasotto (il fascino talvolta inganna). E in quegli istanti faccio una riflessione su quanto è stato rapido il passaggio dal pomiciare (in cui si era impegnati fino a qualche minuto fa) al diventare deboli e indifesi di fronte alla paura. Detto tra noi: questi potevano approfittare ora della situazione dato che zio se n’era andato, eravamo soli, e pure in mezzo alle fratte! Fratte del camposanto sì, ma pur sempre fratte erano. Quando te ricapitava più se non fra altri cinque/sei anni?
Passano quanto? Altri sette, dieci minuti di agitazione? Di zio neanche l’ombra (tutte le altre sì, c’era l’imbarazzo della scelta). Comincio a preoccuparmi, e non perché soffro di allucinazioni, provo spavento o altro – anche se la circostanza non è delle più rilassanti – ma perché inizio a pensare che forse gli è successo qualcosa che gli impedisca di fare ritorno e venire a prenderci. Per convincermi che le mie sono solo inutili fantasie guardo mio cugino: è sereno, conosce suo padre. Sa che non ci ha abbandonato. È uno dei suoi soliti scherzi.
Infatti fa ritorno dopo poco, e quando apre lo sportello della Renault lo vediamo che si sbellica dalle risate.
«Ve la siete fatta sotto, eh».
I pulcini sono salvi, i morti continuarono il loro sonno eterno un po’ più tranquilli, gli ormoni invece l’indomani si ridestarono e si misero a lavoro come se la notte precedente non fosse successo nulla.
Fine della storia.
¹ In occasione di un mio compleanno, allora ad accompagnare le mie amiche fu mia madre. Premetto che l’auto di famiglia era – ed è ancora – un maggiolino Fiat 126 di colore blu. Succede che nel momento di riportarle a casa, anche in quel caso ammassate come scrofe in un porcile (peraltro in un veicolo di misure più ridotte rispetto ad una Renault) e sempre verso le nove di sera, incrociamo una autopattuglia dei carabinieri che inizia a seguirci. Considerato che non è proprio legale viaggiare in macchina con un numero considerevole di gente a bordo, mia madre, presa dal panico che possano arrestarla, sequestrarle il veicolo o elevarle la contravvenzione, si mette a fare lo slalom per le vie del paese nel tentativo di seminarli. Immaginate cosa possono aver pensato gli ufficiali in divisa nel vedere che c’era una donna al volante di un 126 carico de ragazzine... di sera, che cammina a passo spedito, e che se mette a core come ‘na matta appena li avvista allo scopo di far perdere le sue tracce e a farli desistere dall’inseguimento (che non avvenne). Una tizia assoldata da una banda di pedofili con la “merce” fresca da consegnare ai suoi capi. «Signora, che aveva intenzione di fare?» le domanda uno dei due ufficiali dell’arma quando capisce che è il caso di fermarsi e abbassa il finestrino del 126. «Guardi, lei mi deve scusare… stavo solo riaccompagnando le amiche di mia figlia a casa. Abbiamo appena finito di festeggiare il suo compleanno. Lo so, ho fatto una cosa che non dovevo fare, ma siccome non potevo lasciarle da sole mentre aspettavano che finissi il giro per accompagnare ognuna di loro, le ho fatte salire tutte quante in macchina… ma andavo piano, lo giuro» fu la risposta di mia madre che, dopo i dovuti controlli effettuati dai carabinieri, rassicurati dal brio che disegnava larghi e spensierati sorrisi sulle nostre facce di bimbe, fu “rilasciata” senza conseguenze a scorrazzare come una criminale per le strade del paese.
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Un giovane Diabolik in una tavola di Giuseppe Palumbo
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La copertina retro e fronte de L'Idolo della foresta disegnata da Matteo Buffagni
Ne L’idolo della foresta, albo inedito n. 3 del mese corrente, Diabolik ed Eva si trovano ad affrontare inaspettatamente un nemico che si rivela molto scaltro, sveglio e cocciuto. Un individuo, insomma, pari al loro livello. “Impossibile! Come Diabolik non c’è nessuno!” penserete, vi posso assicurare che è la stessa reazione che hanno avuto gli affezionati lettori de il Re del Terrore delusi poiché stentavano a riconoscerlo.
In effetti è un Diabolik inoffensivo, poco attento e a corto di fantasia mentre si arrovella per trovare una soluzione che salvi lui ed Eva dal pasticcio in cui si sono cacciati. No, non si è addormentato, può sembrare che sia più rilassato del solito mentre attende, nel rifugio, che il prigioniero si risvegli e gli confessi lo scopo per cui è stato assoldato.
È solo che il prigioniero, il nemico che si scopre (quasi) imbattibile tanto quanto il criminale, non si aspettava di essere catturato da Diabolik, ed essendo uno spietato killer di professione il suo unico obiettivo è di portare a termine il compito che gli è stato affidato, costi quel che costi, anche se ciò comporta scontrarsi con Diabolik. A Daniele Cruger (questo è il nome del killer) il criminale più famoso di Clerville non spaventa, perché sa essere diabolico come lui.
La circostanza che vede i due fronteggiarsi non è stata prevista né dall’una né dall’altra parte. Diabolik vuole impossessarsi dell’idolo della foresta, una statua antichissima custodita nella foresta tropicale del Laotang e, per farlo, si serve di Michele Grant un boss malavitoso di Clerville che arruola un archeologo – per la cronaca, Daniele Cruger – che lo metta sulle tracce della statuetta. Inutile aggiungere che anche Grant è interessato all’idolo della foresta, presente solo nelle prime pagine del fumetto dato che il plot dell’episodio è totalmente incentrato – e descritto magistralmente dai superbi disegni di Elia Bonetti – sull’incidente di percorso che sconvolge i piani di Diabolik e quelli di Cruger. Forse l’errore del criminale è quello di servirsi di Grant (un altro personaggio temibile e pericoloso quanto una serpe) e di far fare a lui il lavoro, alla fine Diabolik non dovrà far altro che prelevare il tesoro durante il tragitto prima che la statua oltrepassi i cancelli della villa del boss. Ma non è la prima volta che Diabolik decide che sia qualcun altro a lavorare per lui, solo che non era mai successo che venisse colto di sorpresa da un tipo tanto perfido e audace come Daniele Cruger.
È una storia molto molto insolita. Può piacere o non può piacere. Tutti gli episodi di Diabolik “spaccano” in due il pubblico dei suoi lettori, questa volta la spaccatura si è sentita di più.
Gli autori (il soggetto è di Mario Gomboli e Tito Faraci, la sceneggiatura di Enrico Lotti e Alessandro Mainardi) sono stati molto bravi a ideare la storia e a renderla viva sulla carta.
Ne L’idolo della foresta ho visto, ho percepito, ho toccato il lato umano di Diabolik, ossia quella debolezza che, agli occhi degli altri, ci rende più veri di qualsiasi altra cosa: la capacità di sbagliare. Diabolik sbaglia perché sottovaluta l’avversario, si fida così tanto del suo ingegno che si dice convinto di poterlo battere quando avviene il contrario. Il killer agisce prevenendo le sue mosse, lo anticipa in astuzia e in tempo come se avesse in mano il copione di quanto Lui sta per dire, fare, pensare. Un nemico degno del suo nome e una sfida che non si è mai trovato a combattere, persino Eva viene presa in contropiede. Tutto sembra far propendere per la vittoria di Cruger e la sconfitta dei nostri che paiono completamente spacciati in una circostanza dove tutto gioca a loro sfavore (si freme per tutta la lettura e vien da chiedersi “ma quando muore questo?”).
Si resta così coinvolti nella storia che ci si dimentica dell’idolo della foresta, dei piani andati in fumo di Michele Grant, del ruolo dei suoi collaboratori – tra di essi c’è Nicole, la donna che figura nella retro di copertina – e di altre comparse che, nel loro piccolo, rivestono una funzione rilevante affinché la statua non venga trafugata. I sensi del lettore sono tutti puntati sulla lotta tra Diabolik e il temibile nemico che è fermo nelle intenzioni di uccidere Lui ed Eva.
Non si deve restare stupiti dunque se una gran parte dei lettori, nello spazio riservato ai commenti della pagina Facebook de il Re del Terrore, ha dichiarato che non riusciva più a riconoscere il loro beniamino. Un Diabolik che si fa fregare, debole, distratto, con scarsi sistemi di sorveglianza nel rifugio (proprio Lui che prevede sempre tutto!) è ciò che si legge nei pareri che ogni mese la Astorina raccoglie dal pubblico sulle sue pagine social. Leggendoli mi è venuto di sorridere e ho provato anche un senso di tenerezza perché è molto bello vedere quanto i lettori siano affezionati al loro di idolo (per riprendere il titolo dell’albo) e provano un senso di irritazione, di stizza, nei confronti di chi cerca di scavalcarlo e dimostrare che è più bravo di Lui in intelligenza. Tra di essi c’è anche chi, da diverso tempo, lamenta che il più grande criminale del fumetto si sia troppo ammorbidito e sia diventato più clemente con le sue vittime a cui, spesso, si sostituisce.
A me non dispiace questo suo lato fragile (parere personale). Diabolik mi piace e ci piace così (parlo anche in nome di quella fetta di persone che la pensa come me) perché non è un Super Eroe. È un essere umano. E come tutti gli essere umani sbaglia anche lui. Nessuno è invincibile, nessuno è perfetto, anche se dalla Astorina ci hanno abituato a saperlo imbattibile e dotato quasi di super poteri.
Diabolik è un ladro, non è Superman e non è nemmeno Spider Man; non è Batman e non è nemmeno He-man. È un furfante gentleman, dotato di capacità straordinarie sia fisiche che mentali questo sì, ma non pratica magie (anche se, a volerlo emulare e a voler mettere in atto nella vita reale le sue diavolerie, risulta pressoché impossibile).
Non mi dilungherò ad elencare nel dettaglio i pregi e i difetti di Diabolik (che gran parte di voi conosce), anche perché sono quei pregi e quei difetti che hanno consacrato il successo e la fama del personaggio sin dal suo esordio negli anni ’60 e che continua – per fortuna – ancora oggi; quello che mi preme dire è, prima di tutto, ringraziare i suoi fedeli lettori per il confronto e le riflessioni che sono sorte dai loro commenti, per le attenzioni ai dettagli e al loro acume che, senza volerlo, ancora una volta aprono a prospettive sempre diverse, innovative, cognitive, creative, senza mai scadere nella banalità. È merito loro (insieme agli autori), attraverso lo scambio di opinioni, se riesco a scoprire risvolti sempre nuovi del personaggio e, di riflesso, a ricredermi sulla gente che conosco e incontro nella vita di tutti i giorni per imparare a comprenderla, soprattutto dopo che avevo smesso per assecondare delle stupide bizze personali.
In seconda battuta, ringrazio tutti i collaboratori di Diabolik che consentono al personaggio di proseguire con le sue imprese regalandoci grandi avventure (e grandi letture) ricche di suspense, azione, ritmo, dolcezza, riflessione (con uno sguardo accorto sui temi fondamentali di attualità) e… perché no? Anche di commozione.
E poi ringrazio l’amabile, l’affascinante e gentile criminale di esistere perché, pur essendo un fuorilegge (sta qui il paradosso!), continua a insegnarmi ancora tante cose e a stupirmi.
Diabolik disegnato da Matteo Buffagni (fonte: sito di Diabolik)
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